sabato 13 aprile 2019

Elezioni Europee. Il Partito Comunista pronto a contrapporsi a europeismo e liberal-capitalismo. Articolo di Luca Bagatin

Chiedersi se questa Unione Europea abbia migliorato la vita dei cittadini, il loro tenore di vita, il loro senso di partecipazione attiva e democratica è finanche superfluo. La risposta è no.
Ai bisogni delle persone si è sostituita l'economia. L'ideologia di una “crescita” che non è e non può essere illimitata, in quanto le risorse sono limitate e non ci si rende ancora conto che più si consuma e più si distrugge l'ambiente e si costringono le persone a lavorare di più, a fronte di salari sempre più ridotti, in quanto c'è sempre chi vuole profitti maggiori e, pur di ottenerli, è disposto a delocalizzare la propria azienda.
Un'Europa nella quale i cittadini si sentono sempre più, dunque, succubi di scelte prese altrove e in balìa di fantomatici “mercati”, che nulla hanno a che vedere con il mercato sotto casa e con la piccola distribuzione. In balìa di Commissioni e Parlamenti “europei” lontani dalla propria realtà locale, dal proprio comune sentire, dalle proprie tradizioni. Decisioni alle quali ogni cittadino non può opporsi, non può appellarsi. E' la legge del “mercato”, della “crescita”, è “l'Europa” e la “competitività” che ce lo impongono, ci si sente rispondere.
La democrazia, purtuttavia, è un'altra cosa. E' partecipazione e compartecipazione popolare. Altrimenti si rischia di finire come in Francia, ove un Presidente liberal-europeista è inviso alla maggioranza del suo popolo che – da ben ventidue settimane – manifesta incessantemente chiedendo le sue dimissioni.
Le elezioni europee del 26 maggio, che già di per sé vanno ad eleggere dei parlamentari e non prevedono forme di democrazia diretta, prevedono – almeno in Italia - ancora una volta uno sbarramento al 4%. Non così permettendo a tutti i cittadini di eleggere un proprio rappresentante, ma escludendone moltissimi. Come se non bastasse, se un partito non ha già un suo rappresentante nel Parlamento europeo, tale partito sarà costretto a dover raccogliere le firme...impresa davvero ardua se non impossibile !
In tutto ciò un piccolo partito, quello che ancora si presenta con la storica falce e martello, il Partito Comunista di Marco Rizzo, sembra che avrà la possibilità di presentarsi senza dovere raccogliere le firme. In quanto sarà collegato alle liste del Partito Comunista Greco, il KKE, che ha già un suo rappresentante nel Parlamento di Bruxelles.
Quel KKE che, a differenza della sinistra liberal-capitalista greca di Tsipras e Varoufakis, che ha ridotto il popolo greco in bolletta, si è sempre opposto all'austerità europeista della “crescita” (buona per i ricchi, ma non per i poveri) ed alle politiche del Fondo Monetario Internazionale (il quale ha ammesso di aver sacrificato la Grecia per salvare l'Euro...sic !).
Il PC di Rizzo sembra essere il solo e unico partito socialista che si candiderà alle elezioni europee in Italia e forse uno dei pochissimi partiti socialisti a candidarsi in Europa. E questo in quanto è l'unico a volersi porre in discontinuità con il sistema liberal-capitalista e europeista. Proponendo non solo l'uscita dall'Unione Europea, che impone assurdi vincoli di bilancio, e dalla guerrafondaia Alleanza Atlantica, ma anche proponendo un sistema economico diverso. Socialista, appunto. Alternativo sia alle destre che alle sinistre liberal-capitaliste.
Così scrive – fra le altre cose - una nota del Partito Cominista dei giorni scorsi:
L’Europa dei lavoratori e dei popoli che noi vogliamo realizzare, potrà essere costruita solo al di fuori dell’Unione Europea che è un’alleanza imperialista al cui timone ci sono le grandi società della finanza. L’Unione Europea è il principale promotore delle politiche di attacco ai diritti dei lavoratori e delle classi popolari, protagonista di guerre e responsabile della crisi. Non esiste spazio per la creazione di una società che metta in primo piano i diritti sociali nella gabbia dell’Unione Europea e dell’euro. Non esiste alcun futuro di progresso, di giustizia e di pace per le nuove generazioni in un sistema antidemocratico che mira a schiacciare i diritti e la condizione dei popoli in favore del profitto di pochi. Crediamo sia necessario rafforzare il processo di ricostruzione comunista per dare ai lavoratori e alle classi popolari una reale alternativa alla falsa scelta tra le forze di governo e di opposizione, tra europeisti e nazionalisti, divisi nella propaganda ma sempre uniti nella difesa degli interessi della finanza e nell’approvazione di politiche antipopolari. Un’alternativa che non può essere rappresentata da liste elettorali di sinistra, prigioniere di contraddizioni politiche e prive di qualsiasi prospettiva, funzionali solo alla conservazione di vecchi gruppi dirigenti, che puntualmente si presentano a ogni elezione con nomi e simboli diversi, contribuendo solo a disorientare il proprio popolo”.
Il Partito Comunista, nonostante l'alto sbarramento elettorale, può forse rappresentare una alternativa, anche per chi comunista non è. Per chi non si rassegna a mettere in vendita il presente e il futuro di un'Europa che, come ha detto lo scrittore Eduard Limonov “...persegue il bene con tutti i mezzi del male. L'Europa è in profonda crisi, in crisi di coscienza”.


Luca Bagatin

venerdì 12 aprile 2019

Per preservare l'ambiente occorre cambiare completamente stile di vita e sistema economico. Articolo di Luca Bagatin

Pensare di occuparsi di clima e ambiente attraverso bei discorsi o manifestazioni, come proposto dalla giovanissima Greta Thunberg, può essere lodevole, ma è assai limitante e, soprattutto, risolve ben poco.
Ben poco, in realtà, avrebbe risolto anche il cosiddetto “Green New Deal” proposto dalla deputata newyorkese Alexandria Ocasio-Cortez, se anche fosse passato al Senato, cosa che ad ogni modo non è accaduta. Tale piano avrebbe previsto l'utilizzo di fonti rinnovabili di energia al 100%, attraverso investimenti nei settori ferroviari “ad alta velocità” (e già l'esistenza di una rete ferroviaria ad alta velocità non è proprio qualcosa di molto “green”) e in nuovi veicoli elettrici.
Tale piano – stimato in circa mille miliardi di dollari - oltre all'ambiente, avrebbe riguardato anche l'assistenza sanitaria universale, un salario minimo di sopravvivenza e una lotta ai monopoli.
Lodevoli iniziative – come il suo puntare il dito contro banche e compagnie petrolifere – ma, permanendo all'interno di un sistema capitalista e consumista – peraltro fortemente condizionato da corporation e multinazionali - che non viene minimamente rimesso in discussione dalla Ocasio-Cortez, rischiano di rimanere più sulla carta che nella pratica.
Le politiche del cosiddetto “sviluppo sostenibile”, tanto amate dalla sinistra liberal-capitalista, in sostanza, non hanno nulla di sostenibile, in quanto tale “sviluppo”, come ricordato dall'economista e filosofo francese Serge Latouche, non è altro che “un'impostura”.
Latouche, filosofo della decrescita, ha più volte ricordato infatti come lo “sviluppo” che noi conosciamo è quello delle tre rivoluzioni industriali, che ha portato ad una contrapposizione fra gli esseri umani e fra gli esseri umani e la natura.
Latouche, a differenza dei promotori dell'ideologia della “crescita economica” e dello “sviluppo”, propone una “decolonizzazione dell'immaginario”, decnomicizzandolo, ovvero proponendo un nuovo stile di vita: vivere del necessario, non del superfluo. E vivere in armonia con la natura.
E' da visioni come questa, arcaiche se vogliamo, che sono sorti – anche online – vari siti di “baratto etico”, ove gli oggetti – anziché essere venduti – vengono scambiati. Generando così un “non-mercato”, evitando così sprechi di oggetti che finirebbero nella spazzatura, rompendo quella spirale consumista che genera unicamente il profitto di pochi, lo sfruttamento di molti e un conseguente inquinamento dell'ecosistema in quanto, per produrre nuovi oggetti, occorrono fabbriche e macchinari non certo “green”.
Aspetti che però le Ocasio-Cortez e le Greta Thunberg non ci raccontano né ci insegnano (a parte qualche lodevole proclama e qualche simpatica manifestazione), in quanto – volenti o nolenti - ancorate ad un modello produttivista, liberal-capitalista, economicista. Un sistema che promette “posti di lavoro” privati (ormai peraltro sempre più rari), che producono reddito e consumo, ma non un lavoro in comune, per il bene delle comunità e quindi dell'umanità nel suo complesso. Ove il prodotto di tale lavoro, anziché generare profitto, possa generare semplicemente lo stretto necessario affinché ciascuno abbia di che vivere. Senza sprechi, senza bisogni indotti, senza il superfluo. Ove ciascuno possa così lavorare meno e godere semplicemente il proprio tempo per stare assieme agli altri, immerso nella natura.
Latouche, in tal senso, recupera il concetto di “economia del dono” (il baratto ne è uno degli aspetti), tipica delle società matriarcali (ancora oggi esistenti, ad esempio in alcune zone della Cina), e di cui parla diffusamente il “Saggio sul dono” dell'antropologo socialista Marcel Mauss.
Tale economia del dono, ricorda Latouche, rafforza peraltro i legami sociali, che il commercio rende invece impersonali e sterili.
Una strada tutta in salita negli USA, che pur hanno rifiutato anche il moderato piano “green” della Ocasio-Cortez.
Modificare il proprio stile di vita e la propria mentalità è una delle cose più difficili che si possano fare e certo sono scelte e percorsi tutt'altro che indolori. La via per un ecosistema preservato, ad ogni modo, dovrà per forza passare attraverso questi aspetti. Non certo per le ricette di una sinistra liberal-capitalista, solo apparentemente differenti rispetto a quelle della destra, ma, nei fatti, ancorate ad un sistema economicista e produttivista che promuove una crescita economica che non è affatto illimitata, così come non sono affatto illimitate le risorse dell'ecosistema nel quale viviamo.
Se abbiano a cuore il nostro ambiente, la natura e i cambiamenti climatici ci spaventano, iniziamo dunque a modificare noi stessi e le nostre abitudini.
I grandi cambiamenti, spesso, non sono operati dai politici, ma dalla gran parte degli esseri umani. Se solamente hanno il coraggio di cambiare, di ragionare e di ricominciare a lavorare in comune per un progetto comune.

Luca Bagatin

martedì 2 aprile 2019

Senza il socialismo è il mercato che governa i popoli. Articolo di Luca Bagatin

Fu Bettino Craxi, il primo, in Europa, a denunciare il fenomeno della globalizzazione. E lo fece con queste parole: “Dietro la longa manus della cosiddetta globalizzazione si avverte il respiro di nuovi imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente finanziaria e militare”.
Bettino Craxi, non a caso, usò il termine “imperialismo”. Quell'imperialismo che, qualche anno dopo, bombarderà la Jugoslavia e, successivamente, l'Iraq (con tanto di denunce – da Hammamet – dello stesso Craxi), la Libia e la Siria. Ovvero tutti Stati sovrani, non allineati e laico-socialisti.
Fu lo stesso Craxi a denunciare, da buon socialista, peraltro, il fenomeno padronale dell'emigrazione di massa, che di lì a poco sarebbe esploso – causa del globalismo capitalista - proponendo ad esso un argine. Craxi affermò infatti: “Nel Sud del Mediterraneo le popolazioni sono soggette a un tasso di incremento demografico che è ancora troppo alto. Sono iniziate correnti emigratorie e immigratorie che in assenza di un accelerato processo di sviluppo che abbracci tutta la riva Sud del Mediterraneo sono destinate a gonfiarsi in modo impressionante, e saranno delle tendenze inarrestabili e incontrollabili. Paesi con popolazioni giovanissime, le quali naturalmente vanno verso le luci, le luci della città, se noi non accenderemo un maggior numero di luci in quei Paesi. In realtà le grandi nazioni ricche del mondo non compiono lo sforzo che viene considerato necessario per ridurre queste distanze, le distanze sono assai grandi, sono abissali ed è questa ripeto la grande questione sociale del nostro secolo”.
Craxi fu amico di tutti i socialisti del Terzo Mondo e li sostenne sempre e in ogni modo: dall'America Latina sandinista sino al socialismo arabo.
Craxi, da buon socialista, si immaginava sicuramente un'Europa diversa. Sovrana, anti-globalista, indipendente da ogni imperialismo, un po' come se la immaginarono Charles De Gaulle e Jean Thiriart.
Craxi fu defenestrato da quei poteri forti che non potevano accettare tale visione delle cose e da quella sinistra post-comunista che, rinnegando gli insegnamenti di Togliatti, sarebbe diventata la paladina del liberal capitalismo assoluto. Craxi, invece, fu bollato come un criminale e solo oggi – di fronte a una destra e a una sinistra capitaliste e padronali - la sua figura è da molti rivalutata. Craxi fu, in realtà, l'ultimo dei socialisti europei.
Un po' come Palmiro Togliatti fu, forse, l'ultimo dei comunisti italiani. E vale la pena ricordare ciò che egli disse, a proposito dell'importanza della sovranità nazionale, in un'epoca di messa in vendita di ogni cosa e di ogni identità: “E’ ridicolo pensare che la classe operaia possa staccarsi, scindersi dalla nazione. (…) I comunisti non possono staccarsi dalla loro nazione se non vogliono stroncare le loro radici vitali. Il cosmopolitismo è una ideologia del tutto estranea alla classe operaia. Esso è invece l’ideologia caratteristica degli uomini della banca internazionale, dei cartelli e dei trust internazionali, dei grandi speculatori di borsa e dei fabbricanti di armi. Costoro sono i patrioti del loro portafoglio”.
Ecco che Craxi e Togliatti, pur nella loro diversità ideologica, rappresentarono ad ogni modo una sintesi degli ideali della Prima Internazionale dei Lavoratori del 1864, non ancora inquinata dalle dispute fra le sue correnti interne fra marxisti, socialisti, anarchici, mazziniani.
La Prima Internazionale fu, con l'esperienza della Comune di Parigi del 1871 (il cui simbolo fu il garofano rosso) e la Rivoluzione bolscevica del 1917, l'antitesi rispetto alla borghese e liberal-progressista Rivoluzione Francese del 1789, che tagliò la testa ai nobili, senza modificare alcun rapporto di classe, escludendo del tutto il Quarto Stato e instaurando un regime borghese, ove le diseguaglianze non saranno affatto sanate.
E' merito del filosofo francese contemporaneo Jean-Claude Michéa, con il suo “I misteri della sinistra” ed altri successivi saggi, l'aver individuato la differenza abissale fra socialismo originario e sinistra. Il primo è il rappresentante del Quarto Stato, la seconda della borghesia. Il primo è comunitario e preferisce conservare i valori, fra cui quello della propria patria di origine, delle proprie tradizioni popolari, del posto di lavoro fisso e della monogamia; la seconda preferisce disgregarli, in nome del danaro e della “libertà” di produrre all'infinito, di consumare, di godere illimitatamente.
Il socialismo si rifà insegnamenti di Marx, Engels, Bakunin, Proudhon, Mazzini, Garibaldi, Pierre Leroux, i quali – come rileva Michéa - mai si definirono di sinistra, ma sempre si batterono contro l'oligarchia monarchico-aristocratica (la destra) e contro la borghesia capitalista (la sinistra).
Oggi, in Europa, è molto facile notare come il socialismo sia del tutto pressoché scomparso. Pressoché nessun partito maggioritario si rifà a quel tipo di ideali (in parte solo Jean-Luc Mélenchon in Francia e Jeremy Corbyn in Gran Bretagna).
In molti, anche quelli che a parole si dicono “socialisti” e fanno riferimento al cosiddetto Partito “Socialista” Europeo, sono stati i primi, dagli Anni '90 in poi, ad aver abbracciato il capitalismo assoluto: promuovendo leggi di deregolamentazione del lavoro (Loi Travail, Jobs Act); promuovendo le liberalizzazioni; attuando privatizzazioni selvagge; appoggiando guerre di sedicente esportazione della sedicente “democrazia” (Jugoslavia e via discorrendo) e imponendo sanzioni a Paesi sovrani socialisti (vedi oggi il Venezuela).
Costoro, infatti, lungi dall'essere socialisti, appartengono alla sinistra. Borghese, liberal, progressista, ovvero al campo di quello che potrebbe essere definito il “liberal-capitalismo”.
In questo senso non si differenziano affatto da coloro ai quali vorrebbero contrapporsi, ovvero i “liberal-capitalisti” di destra: i vari Bolsonaro, Salvini, Putin o Macron (quest'ultimo una fusione fra liberal-capitalismo di sinistra e di destra). I programmi, in termini economico-sociali, sono infatti i medesimi e a tutto sostegno delle classi medio alte.
Questo, almeno, quanto accade in Europa e negli USA, ove nemmeno Bernie Sanders, che pur presenta un programma in discontinuità rispetto ai “liberal” del Partito Democratico USA, non può essere definito pienamente un socialista, ovvero un oppositore del sistema del capitale, del danaro e del profitto.
Solo in alcune realtà non allineate, come ad esempio la Cuba di Guevara e Castro, la Libia di Gheddafi, l'Egitto di Nasser, la Jugoslavia di Tito, l'Argentina di Peron, il Burina Faso di Sankara, il Sudafrica di Mandela e il Nicaragua sandinista di Ortega, abbiamo assistito all'avvento al potere del socialismo originario, con caratteristiche che univano aspetti autogestionari e di democrazia diretta anche in campo economico. Così come peraltro fu nella libertaria Reggenza del Carnaro di D'Annunzio e De Ambriis negli Anni '20 e nell'Unione Sovietica di Lenin.
Negli ultimo decenni, solo in America Latina, da Hugo Chavez in poi, abbiamo assistito ad una rinascita di tali ideali. Chavez ha saputo recuperare gli ideali emancipatori di Bolivar e quelli di Garibaldi, fondendoli con il socialismo marxista, cristiano, libertario. E tale vento di emancipazione soffiò finanche in Brasile, con Lula, in Argentina, con i Kirchner, il Uruguay con Mujica e in Bolivia con Morales. Dottrine e realtà diverse, ma simili. Che hanno posto al centro l'essere umano e – pur nella diversità dettata dalle diverse realtà economiche, sociali, di cultura e tradizione – hanno saputo riprendere in mano ideali antichi, attualizzandoli, facendo rivivere il meglio del socialismo della Prima Internazionale.
Non diverso è il percorso compiuto dai movimenti panafricani in Africa. Grazie al socialismo arabo di Nasser e Gheddafi, che hanno tenuto a freno il fondamentalismo religioso e nazionalizzato le risorse, a beneficio della collettività; grazie alle lotte di emancipazione di Thomas Sankara; di Nelson Mandela e di molti altri politici e intellettuali di ispirazione socialista o marxista.
Non a caso tutti invisi dai Paesi colonialisti e neocolonialisti d'Europa e Nordamerica e, come tali, combattuti e spesso drammaticamente uccisi. Ma difesi dall'allora Unione Sovietica, sino a che ha resistito all'avvento del globalismo e che ha portato successivamente al potere gli oligarchi.
Da tempo, con Putin, gli oligarchi sono tenuti a freno, ma di certo la Russia moderna è pur sempre nelle mani del liberal-capitalismo, “grazie”, si fa per dire, alle privatizzazioni selvagge e all'innalzamento dell'età pensionabile volute da Putin, ma combattute da quello che – in Eurasia – rimane il più grande Partito Comunista, ovvero il KPFR di Zjuganov. Quello Zjuganov che, tentando di resistere all'avvento dell'oligarchia, ha costituito – negli Anni '90 - un fronte nazionalpatriottico contro Eltsin, recuperando gli ideali nazionalbolscevichi di Niekisch, Mario Bergamo e Thiriart, così come hanno fatto il filosofo Aleksandr Dugin e lo scrittore Eduard Limonov, con il loro Partito NazionalBolscevico, aggregando i giovani sbandanti e post-punk delle periferie post-sovietiche.
Profeti del socialismo originario, in Occidente, furono Pier Paolo Pasolini, Michel Clouscard e Christopher Lasch. I primi due furono militanti comunisti, Lasch fu un intellettuale statunitense, di orientamento socialista conservatore.
Tutti costoro, ad ogni modo, denunciarono nel corso degli Anni '70 – in particolare – l'avvento della società dei consumi. Quella società dei consumi che si sarebbe imposta dagli Anni '90 in poi, che avrebbe imposto la globalizzazione denunciata dallo stesso Craxi. Quella società che ha ormai preso il posto di qualsiasi altro valore della nostra epoca. Che distrugge l'ambiente, che diffonde precarietà (lavorativa, sociale, sentimentale), che distrugge le culture e le identità (imponendo alle persone di emigrare, per trovare spesso un lavoro sottopagato o non pagato).
Quella società sdoganata dalla sinistra, che non è altro che l'altra faccia della destra.
Dove continueremo ad andare a finire, senza più il socialismo ?

Luca Bagatin

lunedì 1 aprile 2019

Intervista dello storico argentino Claudio Chaves al filosofo Alain De Benoist, autore de "Contro il liberalismo". Tratta da "La Prensa"

Alain De Benoist è un filosofo e un pensatore francese del più raffinato livello intellettuale. È nato a Tours nel 1943 ed è autore di centocinque libri e più di tremila articoli. Praticamente nulla che ha a che fare con il pensiero occidentale è stato escluso dalla sua analisi, sempre incisiva e controcorrente. Ha visitato il nostro paese (l’Argentina) quattro volte e durante la sua ultima visita ho condiviso un pranzo con un piccolo gruppo di intellettuali politicamente scorretti. Come per tutti i creativi, è molto difficile incasellarne il loro orientamento ideologico.
Ritenuto erroneamente come il creatore della nuova destra francese, De Benoist sfugge a qualsiasi dogmatismo. Si può dire di lui, come caratteristica centrale del suo pensiero, che è un difensore schietto della diversità culturale oggi travolta da una globalizzazione che profuma di Wall Street e Hollywood.

Può spiegare al lettore argentino qual è la “Metapolítica”?
“La metapolitica non è una disciplina scientifica, ma un metodo. Consiste nel dare priorità al lavoro sulle idee e nel situarsi come osservatore e non come attore nella vita politica”.
L’attuale società francese sta attraversando una crisi politica come evidenziato dalle mobilitazioni dei “gilet gialli”. Oltre ogni luogo comune, quali sono le cause principali del malessere francese? Queste mobilitazioni sono collegate con le rivolte delle banlieue di Parigi nel 2005?
“La causa principale di questa rivolta popolare è l’enorme divario che si è aperto tra la maggioranza dei cittadini francesi e le élite politiche, finanziarie o dei media che operano secondo i propri interessi. Da un lato c’è quella che viene definita “Francia periferica”, e dall’altro ci sono le grandi città globalizzate e incorporate nell’ideologia dominante, che è anche, come sempre, l’ideologia della classe dominante. Questa rivolta non è legata ai malesseri dei quartieri periferici o ad altre dimostrazioni tipiche. Il movimento dei gilet gialli è apparso al di fuori della linea di demarcazione destra-sinistra, al di fuori dei sindacati e dei partiti. Per trovare precedenti, sarebbe opportuno tornare alla rivoluzione del 1848 o a quella della Comune di Parigi del 1871″.
Si parla molto dell’identità nazionale. Esiste, è identificabile? In tal caso, quali sarebbero i valori fondamentali di tale identità in un momento in cui il pensiero unico culturale viene imposto con grande forza e i media hanno uniformato il messaggio ?.
“L’identità nazionale è una realtà indiscutibile, ma complessa. È associata a elementi storici, culturali e religiosi che hanno prodotto una specifica mentalità e socialità, un modo particolare di abitare il mondo. Per definirla, è necessario tenere conto delle persone, allo stesso tempo di “ethnos” e di “demos”. In democrazia, implica anche un confine territoriale, che consente di distinguere tra cittadini e non cittadini”.
Anni fa, nel campo delle scienze politiche e sociali, il concetto di “popolo” o collettività sociale è stato svalutato. L’idea di salvezza per tutti sembra essere sprofondata nella palude di un passato oscuro.
“Margaret Thatcher ha affermato che “la società non esiste”. Dal punto di vista liberale, i popoli, le culture, le comunità non esistono come tali: sono semplici aggregati di individui desiderosi di massimizzare il loro migliore interesse. L’idea dello scopo dell’esistenza (telos) è estranea al liberalismo, così come l’idea del bene comune. Tale concezione è completamente contraria alla realtà: nessuna società può essere ridotta a un confronto di interessi regolati dal contratto legale e dallo scambio commerciale”.
La politica sui diritti umani è oggi una dottrina che abbraccia tutto l’Occidente. E’ da ritenere un pensiero positivo o negativo? Per quali motivi è diventata una idoelogia globale?
“L’ideologia dei diritti dell’uomo è diventata la nuova religione civile del nostro tempo. Si basa sull’idea dei diritti soggettivi: il diritto sarebbe un attributo della persona nella misura in cui è una persona. Nell’antichità, al contrario, il diritto era esterno alle persone: era definito come l’uguaglianza nella relazione. Attualmente, invocando contraddittoriamente “diritti umani” rispetto ad alcuni altri, in continua evoluzione, ha l’effetto di rompere il legame sociale e sminuire la politica in materia di diritto e morale”.
In questo quadro dei diritti umani, l’emergere e la valorizzazione delle minoranze altera l’ordine democratico o lo consolida? E d’altra parte, come si rende coese una società dove i diritti sono più importanti degli obblighi?
“Da un punto di vista liberale, è logico che i diritti precedano i doveri, dal momento che non hanno bisogno della presenza di altri per esistere. Le affermazioni delle minoranze possono essere legittime, ma la dittatura delle minoranze è persino peggiore della dittatura della maggioranza”.
Per alcuni dei suoi scritti si comprende che l’Occidente è in una crisi di transizione: da un lato ci sono i governanti e le élite, dall’altro il popolo che non si fida più di loro. Come si supera questa condizione?
“In effetti, viviamo in un momento di transizione. L’ondata di sfiducia diffusa, frutto di una crisi di rappresentanza, mostra che il tempo delle democrazie liberali parlamentari e rappresentative sta per finire. Queste democrazie liberali sono diventate semplici oligarchie finanziarie. In tutto il mondo, le vecchie feste tradizionali stanno scomparendo. C’è una demarcazione verticale che vede il popolo opporsi alle élite, e sta sostituendo la separazione orizzontale sinistra-destra, che era il vettore del vecchio sistema. La democrazia “illiberale” organica e partecipativa comincia ad affermarsi. Saremo completamente fuori dal vecchio mondo quando questo processo sarà compiuto.
Pensa che il modello politico cinese o altri autoritarismi orientali siano più vicini ai bisogni della gente?
“Non esiste un modello politico universale. Il modello politico cinese è eccellente se si addice ai cinesi, ma ciò non significa che sia adatto agli altri popoli. Al massimo, dovremmo sottolineare che questo sistema indica il percorso di una modernizzazione senza occidentalizzazione”.
Lei è un critico del liberalismo perché attribuisce a questa ideologia, tra le altre cose, la sopravvalutazione dell’individuo sulla comunità sociale o nazionale. Che cosa è successo al liberalismo delle origini che, in particolare in Francia, è stato l’asse su cui è stata fondata la nazione? Luigi XVI fu accusato di alto tradimento, accusa che non è stata avanzata per la rivoluzione che ha introdotto il concetto di Fratellanza?
“Il titolo del mio ultimo libro è “Contro il liberalismo” e risponde alla sua domanda. In esso analizzo estesamente le critiche che possono essere fatti a questa ideologia derivata dalla filosofia dei Lumi. La Rivoluzione francese ha attribuito alla nazione prerogative che precedentemente erano del re, ma è ben lungi dall’essere ispirata solo dagli scrittori liberali come Diderot o di Condorcet. È stata anche influenzata dalla filosofia di Rousseau, che non era liberale, così come dall’esempio dell’antichità romana. Per quanto riguarda la fratellanza, è possibile solo sulla base di un patrimonio comune: ci deve essere un “padre” affinché i fratelli possano esistere. Ma è anche un’idea sbagliata: la storia della fraternità inizia con l’omicidio di Abele da parte del fratello Caino!”.
Nel suo libro “Comunismo e nazismo” si afferma che queste due correnti ideologiche sono un’eredità dell’Illuminismo, come è il liberalismo. Come si colloca questa osservazione nello spazio del pensiero filosofico?
“Su questo tema, il mio punto di vista può essere situato all’interno di una scuola di pensiero rappresentato da autori diversi come Pierre-Joseph Proudhon, Hannah Arendt, Ernst Jünger, George Orwell, Louis Dumont, Ivan Illich, Jean Baudrillard, Christofer Lasch, Jean- Claude Michéa”.
Come è l’Europa oggi e cosa ne pensi della crescita di “Vox” in Andalusia?
“L’Unione europea è attualmente impotente e paralizzata, perché ha scelto di essere un grande mercato anziché un grande potere. L’Europa è, per questo motivo, teatro di un grande cambiamento, dovuto alla spinta dei partiti “populisti”. Non ho informazioni precise sul movimento “Vox”. I suoi recenti risultati sono un sintomo, tra gli altri, del drastico cambiamento che ho appena menzionato”.
Potrebbe spiegare perché, quando la Catalogna ha deciso di separarsi dalla Spagna, per esercitare la libertà della sua autonomia, lei ha sostenuto il separatismo che ha messo la Spagna sull’orlo del baratro come Stato nazionale? Non c’è contraddizione in questa posizione nella sua solita difesa degli Stati nazionali?
“In nessun modo ho sostenuto la decisione della Catalogna di separarsi dalla Spagna! Al contrario, penso che non sia conveniente per quella regione farlo. Ma penso che siano i catalani a dover decidere da soli. Ho sempre difeso la causa dei popoli, il che implica che essi possono, in quanto popoli, essere liberi di autodeterminarsi. Questo vale per catalani, algerini, bretoni, corsi, andalusi… D’altra parte, non sono un difensore incondizionato del modello dello stato nazionale, per non parlare del giacobinismo. L’apparizione di nazioni che ponevano fine all’ordine feudale, coincide con l’emergere della modernità. A questo modello di stato-nazione, preferisco il modello imperiale o federale”.
Conosce il peronismo?
“Che domanda! Naturalmente conosco il peronismo e la dottrina giustizialista. Ho una grande ammirazione per l’ex presidente Perón e un affetto molto particolare per la straordinaria Evita”.
Ha referenze del cancelliere brasiliano nominato da Jair Bolsonaro, Ernesto Araújo? Qual è la sua opinione sulla nomina e l’impensabile trionfo di un candidato impossibile?
“L’elezione e il trionfo di “candidati impossibili” sono un altro sintomo dell’attuale vita politica. A proposito del nuovo ministro degli esteri brasiliano, Ernesto Araújo, per quello che si sa, è un ultra-liberale legato agli interessi dell’agro-business (il fronte che difende i latifondisti), come la sua collega del ministero dell’Agricoltura, Tereza Cristina. L’uomo forte del governo di Bolsonaro, Paulo Guedes, è un ultra-liberale formato nella scuola di Chicago.
Papa Francesco ha un discorso che sembra scontrarsi con la tradizionale visione liberale della storia. È un critico di quello che chiama capitalismo selvaggio che lascia le persone fuori dal sistema e allo stesso tempo dice che il denaro è letame del diavolo. Qual è la sua opinione su questo cambiamento ai vertici della Chiesa?
“Apprezzo il discorso di Papa Francesco quando critica in modo virulento il capitalismo liberale e le ingiustizie sociali. Mi piace meno quando difende il massiccia immigrazione nei paesi europei”.

IL VENEZUELA E LA DISINFORMAZIONE OCCIDENTALE CHE CI HA INSTUPIDITI (tratto da un post del giornalista Paolo Di Mizio)

Oggi, l'amico Paolo Di Mizio - scrittore e giornalista - per vent'anni  nella redazione del TG5 e di numerose altre importanti testate nazionali, ha pubblicato questo interessante post su Facebook, a proposito delle fake news diffuse dai media occidentali, relative al Venezuela.
Il post è molto interessante, perché si rifà allo studio di Alan MacLeod, ricercatore universitario britannico che, in merito a tale argomento, ha redatto un interessante quanto poco conosciuto rapporto/saggio.
Alcuni significativi stralci del rapporto sono stati tradotti da Paolo, che li riporta nel suo post e che pubblico, di seguito, integralmente.

L. B.

Paolo Di Mizio: IL VENEZUELA E LA DISINFORMAZIONE OCCIDENTALE
CHE CI HA INSTUPIDITI
(questo post è dedicato a molti di noi, cioè a quelli che sono acciecati dalla falsa propaganda americana e occidentale orchestrata dalla Cia).
L'autore dello scritto che pubblico qui sotto è Alan MacLeod, un ricercatore universitario britannico e collaboratore di un'associazione di sorveglianza sui falsi mediatici chiamata “Fairness and Accuracy in Reporting”. MacLeod ha vissuto per alcuni anni in Venezuela per studiare il regime chavista. Nell'aprile scorso ha pubblicato il libro “Cattive nuove dal Venezuela. Vent’anni di false notizie e disinformazione”. Ecco alcuni brani di una sua lunga relazione sul Venezuela per l'ente di sorveglianza sulle fake news.
Una delle conclusioni cui giunge il ricercatore britannico è che le notizie dal Venezuela sono state profondamente e coscientemente inquinate dai massmedia americani ed occidentali per favorire gli interessi politici e petroliferi degli Stati Uniti.
Quella che segue è solo una parte del rapporto, che ho tradotto dall'inglese.
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DAL RAPPORTO DI A. MACLEOD
L’ultimo straordinario capitolo nel bizzarro romanzo della politica venezuelana si svolge sotto i nostri occhi. Pur avendo vinto le elezioni presidenziali del 2018, Nicolàs Maduro ha visto autoproclamarsi Presidente il Segretario dell’Assemblea popolare Juan Guaidò, un uomo di cui l’80% dei venezuelani non aveva mai sentito parlare fino a quel giorno.

Guaidò è stato immediatamente sostenuto dai governi degli Stati Uniti e del Regno Unito. Il vicepresidente americano Mike Pence ha dichiarato: “Nicolàs Maduro è un dittatore senza alcuna legittimità. Non ha conquistato la presidenza con libere elezioni ed è andato al potere imprigionando chiunque gli si opponesse”.
Ho già scritto in dettaglio su come i mass-media si siano impegnati a fare da eco all’idea secondo cui Maduro sarebbe totalmente illegittimo e a definire la posizione degli USA sulla politica venezuelana come quella di un arbitro neutrale.
Ma perché i mass-media, che detestano Trump a casa loro, si allineano così prontamente alla sua politica quando si tratta del Venezuela? E perché ci sono così poche voci critiche di quello che è essenzialmente un tentativo di colpo di Stato sostenuto dagli Stati Uniti?
(…)
Due elezioni, un caso di scuola.
A sostegno di questo metodo per testare i modelli di propaganda [ndr, si riferisce al libro di Noam Chomsky ed Edward Herman “La fabbrica del consenso”, sulla disinformazione nei mass-media], ho studiato la copertura mediatica in Occidente delle elezioni del 2018 in Colombia, un alleato degli Stati Uniti, e in Venezuela, nemico giurato degli USA. In Colombia ha trionfato il conservatore Ivan Duque; in Venezula ha vinto il socialista Maduro.
Le elezioni in Colombia si sono svolte in un clima di terrore. Il candidato della sinistra Gustavo Petro è sopravvissuto per un pelo a un tentativo di assassinio, mentre i paramilitari di destra minacciavano i suoi sostenitori. Il partito conservatore del presidente uscente Alvaro Uribe ha massacrato più di 10.000 civili, mentre alcuni osservatori elettorali statunitensi, come Daniel Kovalik, professore di Giurisprudenza all'Università di Pittsburgh, scambiati per elettori colombiani davanti alle urne, si sono visti offrire denaro per votare per Duque. Ci sono state più di 250 denunce ufficiali di frode elettorale.
I maggiori mass-media occidentali, nel frattempo, hanno massicciamente approvato le elezioni di questo Stato alleato degli USA, presentandole come una speranza per il paese e minimizzando tutti gli aspetti negativi, in particolare le violenze. La Cnn ha riferito che “nonostante ci siano stati isolati episodi di violenza, essi sono stati minimi”. La Associated Press è andata più lontano, affermando che il solo pericolo reale per la Colombia era che Petro avrebbe condotto il Paese “pericolosamente a sinistra”, mentre la Npr descriveva Alvaro Uribe come “immensamente popolare”, senza neppure menzionare i massacri commessi dal suo governo.
Al contrario, quasi all’unanimità i mass-media hanno presentato le elezioni che si tenevano contemporaneamente in Venezuela come “una parodia”, “l’incoronazione di un dittatore”, “pesantemente truccate”, “l’arroccamento di una dittatura”, “una farsa che cementa l’autocrazia”. Il Miami Herald le ha definite “fraudolente”, “truccate”, “teatrali”, “truffaldine”, il tutto in una sola colonna.
Le elezioni venezuelane hanno comportato forse alcuni aspetti discutibili. Ma l’idea che si trattasse di un “simulacro di elezioni” è stata subito contraddetta dagli osservatori internazionali che monitoravano le elezioni, molti dei quali hanno pubblicato rapporti dettagliati che ne attestano la corretta organizzazione e il corretto svolgimento.
Hanno seguito le elezioni anche diversi osservatori internazionali di primo piano, tra i quali l’ex Primo ministro spagnolo José Zapatero e l’ex Presidente dell’Ecuador Rafael Correa. Zapatero ha dichiarato che “non c’è alcun dubbio sul processo elettorale”, e Correa ha detto che le elezioni erano state “organizzate in modo impeccabile” e si erano “svolte nella completa normalità”. Ma farete fatica a trovare sui mass-media occidentali una qualunque menzione delle loro opinioni.
L’amministrazione americana getta la maschera
(…) Uno dei pochi aspetti positivi dell’amministrazione Trump è che non cerca neppure di nascondere le sue vere intenzioni. E infatti John Bolton, consigliere di Trump per la sicurezza nazionale, ha apertamente descritto il Venezuela come un’opportunità di business. “Farebbe una grande differenza per gli Stati Uniti sul piano economico, se le compagnie petrolifere americane potessero investire nelle riserve petrolifere e nella produzione del Venezuela” ha detto Bolton. [ndr, il Venezuela possiede riserve petrolifere superiori a quelle dell’Arabia Saudita].
Con una similitudine evidente con la preparazione della guerra all’Iraq, Bolton ha anche etichettato il Venezuela come membro di “una troika della tirannia” e ha di recente suggerito di imprigionare Maduro a Guatanamo Bay.
Il governo britannico ha bloccato il trasferimento dell’oro venezuelano custodito dalla Banca d’Inghilterra, dopo aver dichiarato Guaidò legittimo presidente. Parallelamente, gli Stati Uniti hanno intensificato, nonostante gli appelli contrari dell’ONU, le sanzioni contro il Paese già assediato. Il Consiglio dei diritti umani dell’ONU ha formalmente condannato le sanzioni, facendo notare che esse hanno aggravato la crisi umanitaria. Un ex inviato speciale per il Venezuela ha dichiarato che si trattava di un possibile “crimine contro l’umanità”.
Da parte sua la stampa fa da grancassa alla “promozione della democrazia” e alla protezione dei diritti dell’uomo. Il Washington Post, per esempio, ha applaudito alle azioni della Casa Bianca, esortandola a indurire le sanzioni e affermando che Guaidò aveva “donato una speranza al popolo del Venezuela”.
I grandi mass-media sembrano ignorare le opinioni dei venezuelani. L’86% di loro è contrario a un intervento militare e l’81% è in disaccordo con le sanzioni, secondo un recente sondaggio.
L’approccio uniformemente adottato dai grandi mezzi di comunicazione per delegittimare il regime di Maduro ha forse una motivazione nascosta: minare e discreditare le idee di ispirazione socialista (dette “populiste”) che riemergono nei loro Paesi.
Quando si tratta di questioni come la politica estera, la maschera dell’imparzialità e della verità dei mass-media cade e rivela il loro vero ruolo: servire i potenti.
Alan MacLeod

Nella prima foto, tratta dal post di Paolo Di Mizio, si vede la folla venezuelana a un comizio di Maduro di qualche settimana fa: è la stessa gente che prima dell'avvento del governo socialista soffriva la fame mentre le società petrolifere americane incameravano tutti i proventi del petrolio venezuelano. Il governo socialista ha tolto le concessioni alle società americane e ha nazionalizzato il petrolio, di cui possiede le maggiori riserve al mondo, superiori a quelle dell'Arabia Saudita.

La seconda foto è la copertina del saggio di Alan MacLeod, acquistabile, in lingua originale, anche online. 

tratto da: https://www.facebook.com/paolo.dimizio.1/posts/1209154832574623

Stateve ‘n’po’ zitti e buoni day (Per una VERA consapevolezza dell'autismo). Tratto da Aspieairlines.com

Per il 2 Aprile, invece dei soliti festeggiamenti con lancio di palloncini, discorsi dal palco, canzoni etc. io propongo una giornata di *vera* consapevolezza dell’autismo.
Cioè: gente, rendeteve conto che noi autistici ci siamo. Siamo creature reali. Siamo in mezzo a voi, non altrove. Tutto l’anno. E voi fate troppo casino per noi.
Quindi, per festeggiare degnamente ed autisticamente questa bella ricorrenza, proporrei lo STATEVE ZITTI E BUONI DAY. Un giorno di esercitazioni nella disciplina del vero autism-friendly, al di là delle retoriche di circostanza. Abbassate quelle suonerie. Fate attenzione quando spostate le sedie. Tenete a posto quelle mani che non c’è bisogno di tutto ‘sto contatto fisico. Mollate un po’ co’ sta storia che bisogna guardarsi negli occhi, guardiamoci le ginocchia tanto per cambiare se proprio è necessario. Abbassate quella cavolo di musica nei locali e nei negozi, anzi levatela proprio. Provate a fare un po’ di stimming pure voi, sai mai ve rilassate un po’ e smettete di considerarla una cosa “straaaaanaaa” che tocca farla di nascosto. E facciamo che a scuola spiegate ai creaturi che vabbe’ essere liberi e spontanei ma devono fare meno casino, mica stamo allo stadio, e facciamo che abbassate quelle luci al neon appese là sopra, che mettete delle tende alle finestre, che capite che i palloncini oltre che all’ambiente fanno paura pure ai bambini autistici, che i fuochi artificiali pure se sono blu dipinti di blu sono il MALE, e tu tu e tu con i tricchetracche e il microfono appalla, prego, la porta è da quella parte.
AAAAAHH, si sta d’un bene adesso!
E co’ tutto ‘sto silenzio, potreste persino sentirci mentre cerchiamo di spiegarvi come funzioniamo…
Buon 2 Aprile.

Sulla famiglia, la modernità e il capitalismo. Riflessioni brevi di Luca Bagatin

Non amo il concetto di famiglia propagandato, perché mi sa di ipocrisia. E l'ipocrisia è il massimo dell'immoralità.
Se una persona crede nella famiglia dovrebbe assumere l'obbligo morale, con la sua coscienza, di non tradirla MAI e di non sfasciarla MAI. Se lo fa non può certo parlare di famiglia.
Quante persone si sono assunte tale obbligo morale e sono riuscite a portarlo a termine ?
Solo un congresso di tali persone può essere credibile.
Altrimenti non può esserlo affatto.

Una famiglia può esistere solo se fondata sull'amore. Il resto è mera propaganda.

Sono fra quelli che considerano:
il liberal-capitalismo il male assoluto;
l'immigrazione un fenomeno negativo e padronale;
l'europeismo di oggi una follia;
la modernità un capriccio;
il populismo una politica di popolo e in favore del popolo;
il socialismo autogestionario l'unica via per superare l'odio e l'ineguaglianza;
la conservazione (dei sentimenti) una alternativa alla decadenza di oggi.

II capitalismo è una malattia.
Se ci sono poche persone ricche e molte povere, vuol dire che le prime hanno sottratto risorse alle altre.
È molto semplice da capire.
E qui l'ideologia c'entra poco. È una questione di logica.