lunedì 10 agosto 2020

Elezioni in Bielorussia. Vince Lukashenko, ma non senza proteste di piazza. Articolo di Luca Bagatin

Lo storico Presidente Aleksandr Lukashenko viene nuovamente incoronato Re di Bielorussia, con il 79,23% dei consensi. A seguire la sua avversaria più agguerrita - Svjatlana Cichanoŭskaja – con il 10,9%; al terzo posto il socialdemocratico Siarhei Cherachen, con il 3,98%; seguono le candidature indipendenti di Hanna Kanapatskaya con il 2,22% e di Andrej Dzmitryjeu con l'1,08%. Con una affluenza del 65,19%.
Lukashenko, dopo 26 anni al governo, vince per il suo sesto mandato consecutivo, ma non senza proteste di piazza e quelle degli oppositori, con Svjatlana Cichanoŭskaja che denuncia la presenza di brogli elettorali e chiede il riconteggio delle schede.
Le proteste contro i presunti brogli - scoppiate già con l'annuncio dei primi exit poll che davano a Lukashenko una vittoria schiacciante - sono risultate spontanee e non guidate da alcun leader politico. Tali proteste sono sfociate in scontri con la polizia, che ha utilizzato lacrimogeni e proiettili di gomma per sedarle. Secondo il Viasna Human Rights Centre i manifestanti arrestati sarebbero circa 200, mentre il Ministero dell'Interno parla di almeno 3.000 arresti. Numerosi i feriti e, pare, un morto.
Le manifestazioni di piazza hanno ricevuto il plauso dei nazionalbolscevichi russi di “Altra Russia”, il partito di Eduard Limonov che, nei loro canali social, hanno promosso una campagna per uno “Stato unitario senza Putin né Lukashenko”. Uno Stato di ispirazione socialista e sovietica, aperto a tutte le repubbliche dell'ex URSS. I nazionalbolscevichi, in particolare, non sostenendo nessuno dei candidati in lizza alle presidenziali bielorusse, auspicano l'avvento di un nuovo leader in Bielorussia, che ascolti tutto il popolo. I nazionalbolscevichi di “Altra Russia” hanno anche manifestato, davanti all'Ambasciata bielorussa di Mosca, per il rilascio dei giornalisti russi detenuti a Minsk.
Di opinione diversa, invece, il Segretario del Partito Comunista della Federazione Russa, Gennady Zjunganov, il quale si è invece complimentato per la vittoria di Lukashenko, scrivendo, fra l'altro, sulla sua pagina Facebook: “Sottolineo che la Bielorussia è quasi l'unico Paese nello spazio post-sovietico che non solo ha conservato e moltiplicato, ma ha anche sviluppanto con successo un'agricoltura moderna, efficace. Al Paese non è stato permesso di essere preda di criminali, banditi e oligarchi. I bielorussi lo vedono e lo capiscono, quindi, la maggioranza assoluta ha votato per A.G. Lukashenko. Sono convinto che, senza stretta amicizia di Russia, Bielorussia e Ucraina non abbiamo futuro. Dobbiamo fare del nostro meglio per rafforzare le nostre relazioni e allearci!”
A complimentarsi con Lukashenko, oltre che il Presidente cinese Xi Jinping, anche il Presidente russo Vladimir Putin, per quanto, nei giorni scorsi, vi fossero state tensioni fra la Russia e la Bielorussia, allorquando furono arrestati 33 paramilitari russi, i quali avrebbero fomentato rivolte antigovernative nella capitale, Minsk.

Luca Bagatin

domenica 9 agosto 2020

Teosofia del bolscevismo

"Nell’Himalaya, sappiamo ciò che tu stai compiendo. Hai abolito la chiesa, che è diventata una fucina di menzogne e di superstizione. Hai distrutto la borghesia che diventata agente di pregiudizi. Hai distrutto le scuole che erano diventate delle carceri. Hai condannato l’ipocrisia della famiglia. Hai eliminato l’esercito, che guida degli schiavi. Hai schiacciato i guadagni degli avidi speculatori. Hai chiuso le case di tolleranza. Tu hai liberato il paese dal potere del denaro. Hai riconosciuto che la religione è l’insegnamento della materia universale. Hai riconosciuto l’irrilevanza della proprietà privata. Hai previsto l’evoluzione della comunità. Hai posto l’accento sull’importanza della conoscenza. Ti sei prostrato davanti alla bellezza. Hai riservato tutto il potere del Cosmo per i bambini. Hai aperto le finestre dei palazzi. Hai visto l’urgenza di costruire case per il Bene Comune. Hai fermato la rivolta in India, perché era prematura, ma abbiamo riconosciuto la tempestività del tuo intervento, e vi mandiamo tutto il nostro aiuto, affermando l’Unità dell’Asia"

(Mahatma Morya, Maestro dell'Himalaya, dalla lettera consegnata a Nikolaj Konstantinovič Rerich per Lenin ai ministri Lunacharsky e Tchitcherin della neonata Repubblica Sovietica)

QUANDO C'È LO STATO NON C'È LA LIBERTÀ.
CI SARÀ LIBERTÀ QUANDO SCOMPARIRÀ LO STATO (LENIN)

"Soltanto nella società comunista, quando la resistenza dei capitalisti è definitivamente spezzata, quando i capitalisti sono scomparsi e non esistono piú classi (non v'è cioè piú distinzione fra i membri della società secondo i loro rapporti coi mezzi sociali di produzione), soltanto allora «lo Stato cessa di esistere e diventa possibile parlare di libertà». Soltanto allora diventa possibile e si attua una democrazia realmente completa, realmente senza alcuna eccezione. Soltanto allora la democrazia comincia a estinguersi, per la semplice ragione che, liberati dalla schiavitù capitalistica, dagli innumerevoli orrori, barbarie, assurdità, ignominie dello sfruttamento capitalistico, gli uomini si abituano a poco a poco a osservare le regole elementari della convivenza sociale, da tutti conosciute da secoli, ripetute da millenni in tutti i comandamenti, a osservarle senza violenza, senza costrizione, senza quello speciale apparato di costrizione che si chiama Stato.
L'espressione: «lo Stato si estingue» è molto felice in quanto esprime al tempo stesso la gradualità del processo e la sua spontaneità. Soltanto l'abitudine può esercitare, ed eserciterà certamente, una tale azione, poiché noi osserviamo attorno a noi milioni di volte con quale facilità gli uomini si abituano a osservare le regole per loro indispensabili della convivenza sociale, quando non vi è sfruttamento e quando nulla provoca l'indignazione, la protesta, la rivolta e rende necessaria la repressione.
La società capitalistica non ci offre dunque che una democrazia tronca, miserabile, falsificata, una democrazia per i soli ricchi, per la sola minoranza. La dittatura del proletariato, periodo di transizione verso il comunismo, istituirà per la prima volta una democrazia per il popolo, per la maggioranza, accanto alla repressione necessaria della minoranza, degli sfruttatori. Solo il comunismo è in grado di dare una democrazia realmente completa: e quanto piú sarà completa, tanto piú presto diventerà superflua e si estinguerà da sé."

(Vladimir Lenin, da "Stato e Rivoluzione")

sabato 8 agosto 2020

"Riflessioni brevi sulla giustizia sociale e sulla critica alla modernità" By Luca Bagatin

"Monte Lenin", dipinto di Nikolaj Roerich, 5 ottobre 1925
II termine "liberista" è improprio.
Prima di tutto esiste solo nel gergo italiano. È un termine generico, circostanziato e poco preciso. Che vorrebbe assolvere il liberalismo dalle sue responsabilità storiche, sociali e politiche.
Più centrato e appropriato, invece, il termine liberal capitalista. Che unisce e evidenzia le responsabilità e i caratteri propri del liberalismo (dominio della borghesia sulle altre classi sociali) e del capitalismo (dominio del danaro sui popoli).

Nell'occidente opulento e moderno (per quanto vi lamentiate di "non essere ricchi", ma comunque di "amare il progresso") il nazionalbolscevismo non è compreso.
Lo si scambia, a torto, per una forma di fascismo. Quando invece fu il primo antifascismo (dal 1920).
Oppure lo si scambia per una forma di comunismo, il che è vero solo in parte, in quanto il nazionalbolscevismo è anti-materialista e anti-moderno.
Esso è una forma di socialismo arcaico, originario, selvaggio come le popolazioni che lo hanno ispirato: dall'Eurasia all'America Latina. 

Giustizia è vivere con lo stretto necessario. Con dignità, senso di fratellanza e amicizia. In armonia con la Natura e tutti gli esseri.
Il resto – l'opulenza, l'accumulo, l'arricchimento, la prevaricazione - è decadenza e disonore.

Luca Bagatin

venerdì 7 agosto 2020

Presidenziali in Bielorussia il 9 agosto. Tentativi di destabilizzazione contro Lukashanko. Articolo di Luca Bagatin

Il 9 agosto prossimo si terranno, in Bielorussia, le elezioni presidenziali, che vedranno contrapporsi lo storico Presidente, Aleksandr Lukashenko, in carica da ben 26 anni (sostenuto da Belaja Rus', coalizione comprendente anche i comunisti); la candidata indipendente Svjatlana Cichanoŭskaja, di ispirazione liberal capitalista; Siarhei Cherachen, candidato dei socialdemocratici e i candidati indipendenti Andrej Dzmitryjeu e Hanna Kanapatskaya.
Lukashenko è in carica dal 1994 e, per questo, è spesso accusato, in Occidente, di essere un leader autoritario, pur essendo stato sempre regolarmente rieletto.
Classe 1954, già direttore di un sovchoz negli Anni '80, ovvero di una fattoria statale ai tempi dell'URSS e deputato del Soviet bielorusso, nel 1991 fondò il partito Comunisti per la Democrazia.
Lukashenko, nel 1991, votò contro la dissoluzione dell'URSS e la sua trasformazione in CSI e, con il suo partito comunista di allora, proponeva di traghettare in Paese verso una democrazia sovietica più avanzata, ma sempre sulla base dei principi marxisti-leninisti.
Alle prime elezioni della Repubblica di Bielorussia, nel 1994, fu eletto con il 45% dei consensi e, da allora, sarà sempre rieletto per i successivi mandati, con percentuali ben superiori al 70% dei voti.
Si è sempre presentato come candidato indipendente, ma è sempre stato sostenuto anche dal KPB, ovvero dal Partito Comunista di Bielorussia che, nel 2019, ha raccolto, alle elezioni parlamentari, il 10,6% dei consensi.
Durante i suoi mandati, Lukashenko – oltre ad aver voluto ispirarsi, per il simbolo del Paese, a quello della Repubblica Socialista Sovietica Bielorussa del 1956 - si è opposto all'entrata della Bielorussia nella NATO e ha rimosso dal Paese ufficiali e funzionari corrotti, oltre che limitato i processi di privatizzazione e l'apertura al mercato.
Reintroducendo il controllo dei prezzi da parte dello Stato, è riuscito a stabilizzare l'economia e ha rafforzato i suoi rapporti con la Russia. Inimicandosi così, nel 1995, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, che hanno sospeso ogni prestito alla Bielorussia e, negli anni, inimicandosi gli USA e l'UE.
Secondo i suoi sostenitori, Lukashenko avrebbe salvato il Paese dagli effetti nefasti del crollo dell'URSS, garantendo un'economia stabile e florida.
Nonostante Lukashenko abbia sempre tentato di mantenere saldi i rapporti con la Russia, recentemente sembra che questi si siano incrinati.
E' di pochi giorni fa, infatti, l'arresto, in Bielorussia, di 33 paramilitari russi, i quali avrebbero fomentato rivolte antigovernative nella capitale, Minsk.
I paramilitari pare facessero parte della “compagnia militare privata straniera Wagner”, la stessa alla quale si rivolge il Cremlino per operare nei teatri di guerra più impegnativi.
Un tantativo di destabilizzazione russo che Lukashenko non avrebbe gradito, tanto che, nel suo ultimo comizio, non ha lesinato critiche a Putin, affermando: “La Russia ha paura di perderci perché, a parte noi, non ha alleati molto stretti e l’Occidente ha recentemente iniziato a mostrare un interesse sempre più sostanziale nei nostri confronti. Ma tutti conoscono la nostra risposta: la Bielorussia non è amica di qualcuno contro qualcun altro. Siamo per una politica estera multilaterale, coerente e ragionevole”.
Il Partito Comunista della Bielorussia, presente anche nell'ultima compagine governativa con il Ministro dell'Istruzione Igor Karpenko, ha riaffermato, già all'ultimo Congresso del partito tenutosi l'11 luglio scorso, il suo sostegno al Presidente uscente Lukashenko.
Il Primo Segretario del Comitato Centrale, Alexey Sokol, aveva infatti rilevato come: “I comunisti ritengono che la Bielorussia, con la sua sovranità statale, si sia distinta per il suo carattere sociale e il grado di conservazione del suo sistema sanitario e educativo”. Respingendo, inoltre, ogni tentativo di destabilizzazione anticomunista e di ingerenza straniera nel Paese.
Sostegno al candidato Aleksandr Lukashenko è arrivato anche dai comunisti russi del KPRF di Gennady Zjuganov, il quale, in una recente intervista, ha riaffermato come il Presidente bielorusso abbia sempre contrastato l'oligarchia post-sovietica nel suo Paese. Oltre a ciò, Zjuganov, ha affermato come sia necessaria una maggiore integrazione fra Russia e Bielorussia; come sia necessario normalizzare i rapporti con l'Ucraina e come sia necessario costruire una degna politica fra Occidente e l'Oriente.
A voler togliere lo scettro Lukashenko, invece, la blogger e youtuber Svjatlana Cichanoŭskaja. 37 anni, di professione traduttrice, è sostenitrice di riforme di mercato e liberalizzazioni e accusa il Presidente uscente di essere un leader autoritario e di non aver adottato le opportune misure anti Covid 19.
Alla fine del mese di luglio, la Cichanoŭskaja , aveva organizzato una manifestazione antigovernativa alla quale hanno preso parte 60.000 sostenitori.
In Bielorussia vi sono 5.767 seggi, di cui 231 presso centri sanitari, centri di cura e resort.

Luca Bagatin

martedì 4 agosto 2020

L'Interpol si rifiuta di arrestare l'ex Presidente dell'Ecuador Rafael Correa. Articolo di Luca Bagatin

Nell'aprile scorso, l'ex Presidente socialista dell'Ecuador, Rafael Correa – rifugiato politico in Belgio dal 2017 - fu condannato a 8 anni di reclusione per presunta “corruzione aggravata”, in concorso con il suo già Vicepresidente Jorge Glas, che dal 4 ottobre 2017 sconta una condanna in carcere, nonostante le sue precarie condizioni di salute e le numerose irregolarità nel processo.

Secondo i giudici, Correa, dal 2012 al 2016, si sarebbe reso colpevole di finanziamento illecito al suo partito, in cambio di tangenti per agevolare imprenditori ecuadoriani.

Oltre a ciò, sarebbe stato impedito a Correa e ai suoi sostenitori, di partecipare alle elezioni politiche, per 25 anni.

E' di pochi giorni fa la notizia che l'Interpol, ovvero l'Organizzazione internazionale della polizia criminale, ha rifiutato la richiesta di arresto da parte dell'attuale governo liberale dell'Ecuador, disposta contro Correa.

L'Interpol riconosce che quella contro Correa è una persecuzione politica, che viola i diritti umani e, come tale, rifiuta ogni richiesta di arresto e estradizione pretese dal governo ecuadoriano, presieduto da Lenin Moreno. Quel Lenin Moreno, che, sino al suo definitivo voltafaccia e al suo abbraccio delle politiche neoliberali, militava nello stesso partito di Correa e ne fu peraltro vicepresidente dal 2006 al 2013.

Nei giorni scorsi, il Trubinale per le controversie elettorali, ha peraltro annullato la decisione del Consiglio elettorale nazionale di sospendere quattro formazioni politiche, fra cui quella a sostegno dell'ex Presidente Rafael Correa.

Il suo partito di ispirazione socialista, dunque, potrà concorrere regolarmente alle prossime elezioni.

La decisione è stata accolta con entusiasmo dall'ex Presidente Correa, il quale, su Twitter, ha esclamato: “Finalmente ! Un giudice elettorale fa ciò che è necessario”.

La vicenda dell'ex Presidente Correa, che ha governato l'Ecuador dal 2007 al 2016, con ottimi risultati economico-sociali, rientra nella strategia di liquidazione per via giudiziaria del socialismo democratico in America Latina. Vicenda che vide coinvolto l'ex Presidente socialista del Brasile Lula, l'ex Presidentessa peronista dell'Argentina Kirchner e vede coinvolto l'ex Presidente socialista della Bolivia Evo Morales. E, per molti versi, sembra avere delle assonanze con quanto accaduto in Italia nel periodo di quella che Bettino Craxi definì “falsa rivoluzione di Tangentopoli”.

I nodi, ad ogni modo, sembrano comunque sempre venire al pettine.

Luca Bagatin

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lunedì 3 agosto 2020

"Sandino il padre della guerriglia". Articolo di Luca Bagatin

Sono passati 41 anni dalla vittoria della Rivoluzione sandinista in Nicaragua.

Nell'estate 1979, l'esercito del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale, guidato dal sandinista Daniel Ortega, rovesciò infatti il governo del liberal-conservatore Anastasio Somoza Debayle, sostenuto dagli USA, ponendo così fine a lunghi anni di lotte per la liberazione del Paese dal dominio straniero nordamericano.

Lotte che presero vita nel 1927, allorquando l'umile bracciante agricolo Augusto Cesar Sandino, si pose a capo della resistenza contro l'oppressore statunitense.

Gli USA, infatti, occupavano il Nicaragua sin dal 1912 e lo consideravano un loro protettorato. Protettorato di strategico interesse per gli yankee per due ragioni: la prima l'influenza degli Stati Uniti d'America sul Canale di Panama; la seconda i forti interessi economici nella produzione di tabacco, banane, zucchero di canna che l'impresa statunitense United Friut Company deteneva nel Paese.

Ne conseguiva che, i governi del Nicaragua, conservatori, erano – sin da allora - sostenuti e decisi a tavolino dagli USA.

Fu allorquando i liberali tentarono un colpo di Stato, nel 1926, che Sandino si unì alla loro lotta e divenne il leader della resistenza antimperialista del Paese.

Poche sono, nel nostro Paese, le pubblicazioni dedicate a Sandino e alla sua lotta. Fra queste una recentissima, editata da Oaks, a cura di Sergio Ramirez e con prefazione di Luca Lezzi: “Sandino il padre della guerriglia”.

Ramirez, ricordiamo, oltre a essere scrittore e intellettuale nicaraguense, fu vicepresidente del governo sandinista, con Ortega Presidente, dal 1985, al 1990. Nel 1995, in disaccordo con Ortega sul alcune questioni, fonderà il Movimento di Rinnovamento Sandinista.

Lezzi, nella prefazione, in particolare, presentando l'opera, individua quattro fasi storiche della storia latinoamericana: 1) liberazione e affrancamento dalla potenza coloniale spagnola, sotto la spinta della creazione di una grande confederazione di popoli; 2) emersione di leader sindacali e politici indigeni, nella prima metà del '900, volti a sconfiggere il nuovo colonialismo statunitense; 3) nascita di movimenti di liberazione nazionale di ispirazione terzomondista per l'affrancamento dei Paesi latinoamericani; 4) elezioni al governo di leader del socialismo del XXI secolo, con relativo ampliamento dei diritti sociali e costituzionali dei popoli latinoamericani.

Sandino, una sorta di Giuseppe Garibaldi dell'America Latina, si inserisce nel secondo filone e il saggio curato da Ramirez, ovvero da egli presentato, ci riporta il suo pensiero vivo, le sue parole, le sue missive al suo esercito di liberazione e le interviste che gli vennero fatte. Il tutto dal 1927 al 1933. Ovvero ai tempi della lotta armata antimperialista.

Una lotta impari, che vide contrapporre i guerriglieri sandinisti, male armati, ma sostenuti dal popolo del Nicaragua, e il potente esercito degli Stati Uniti, con tanto di aerei capaci di bombardare vaste aree del Paese.

La lotta sandinista, per molti versi, anticipò la guerra del Vietnam. Un popolo oppresso in lotta contro un colosso. Un popolo di descamisados, fiero delle proprie origini e desideroso di emanciparsi, contro una dittatura sanguinaria fondata sul danaro e sul business.

Un popoli che finirà, comunque, per trionfare.

Nella prima parte dell'opera “Sandino il padre della guerriglia”, Ramirez presenta gli antefatti che porteranno alla cosiddetta “guerra delle banane”, ovvero alla resistenza sandinista contro gli USA. Oltre a ciò, egli presenta la figura di Sandino, il quale tornò dal Messico in Nicaragua nel 1926, influenzato dagli ideali anarcosindacalisti e antimperialisti, che lo porteranno a sostenere le ragioni dei liberali nicaraguensi.

Nella seconda parte del saggio, invece, è Sandino stesso a parlare, attraverso documenti dell'epoca, manifesti redatti di suo pugno e interviste.

La sua sarà sempre una lotta di liberazione nazionale e mai ideologica. Rifiuterà sempre di essere riconosciuto quale marxista. Sandino, come peraltro egli stesso afferma in alcune delle interviste rilasciate, non appartiene nemmeno ad alcuna religione, ma la sua è una fede teosofica (la Società Teosofica fu fondata dall'occultista russa Madame Blavatsky nel 1875), che lo porterà anche a farsi iniziare in Massoneria.

La fede nella teosofia è alla base non solo del suo credo, ma anche dei principi che infonde nel suo stesso esercito. Egli infatti, il 15 febbraio 1931, redige un manifesto che intitola “Luce e Verità”, nel quale spiega che è un “impulso divino quello che anima e protegge il nostro esercito”. E spiega che “il principio di tutte le cose è l'Amore, cioè Dio” e che “l'unica figlia dell'Amore è la Giustizia Divina”.

Egli infatti, secondo i principi teosofici, considera tutti gli esseri fratelli e così i suoi compagni di lotta. Pur avendo un'istruzione da autodidatta, Sandino, come riportato anche dai giornalisti che lo intervistarono, è dotato di profonda sensibilità interiore e di una grande fede nella trascendenza.

Egli identifica la sua battaglia per spezzare le catene del suo popolo dall'oppressione come una battaglia Divina contro l'ingiustizia. Una battaglia non carica di astio e di odio contro l'avversario, ma carica di Amore e di senso di Giustizia.

La medesima visione spirituale e politica, peraltro, la ebbe, decenni prima, il nostro Giuseppe Garibaldi, teosofo e massone anch'egli (oltre che amico di Madame Blavatsky, che iniziò egli stesso in Massoneria) e anch'egli Generale in lotta contro gli oppressori. Sia in America Latina che in Italia.

E, come Garibaldi, anche Sandino rifiutò sempre di essere definito un marxista e sicuramente mai fu tale, né mai fu materialista. Ma, come Garibaldi, si ispirerà a una sorta di socialismo spirituale e teosofico, che ha animato spesso i condottieri e i leader latini (pensiamo anche a Juan Domingo Peron e a Hugo Chavez).

In una delle ultime interviste che gli venne fatta, nel 1933, contenuta nel saggio, alla domanda se egli creda o meno nella trasformazione della società a opera dello Stato, egli risponde: “La riforma è interiore. Lo Stato può cambiare l'esterno, la facciata apparente. Noi sosteniamo che ciascuno deve avere il necessario, che ciascuno deve essere fratello e non lupo. Il resto è pressione meccanica esteriore e superficiale. Naturalmente anche l'intervento dello Stato è necessario”.

Sandino uscì dunque vittorioso nella sua lotta, conclusasi nel 1933, con il ritiro delle truppe statunitensi e un accordo di pace con il nuovo Presidente liberale Juan Batista Sacasa.

L'anno successivo fu purtuttavia assassinato - assieme ai generali Estrada e Umanzon - su ordine di Anastasio Somoza Garcia, capo della Guardia Nacional e nuovo dittatore del Paese.

Il figlio di Somoza, Anastasio Somoza Debayle sarà, ad ogni modo, sconfitto dagli eredi politici di Sandino, nel 1979. Da quel Frente Sandinista di Liberazione Nazionale che, ancora oggi, governa pacificamente il Nicaragua, guidato da Daniel Ortega.

La storia del Nicaragua sandinista e l'opera di Sandino ha decisamente molto da insegnare. Non è una favola per bambini, ma una storia di sacrifici di donne e uomini, durata molto a lungo. Una lotta di fede. Una lotta di libertà e allo stesso tempo di amore e fratellanza.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

A causa di modifiche dell'editor per l'inserimento dei post su questa piattaforma, purtroppo, la grafica dei post, può risultare peggiorata. Ci scusiamo per il disagio da noi non dipendente. Abbiamo provveduto a segnalare la cosa a Blogspot, ma dubitiamo possano tornare alla versione precedente. A volte, gli sviluppatori, pensano di migliorare, ma non sempre accade...costringendo i blogger a mettersi le mani nei capelli...