La storia del movimento
machnovista, di matrice anarco-comunista, libertaria e contadina, fu
certamente aspetto profondo e interessante della guerra civile russa
del 1917 e degli anni successivi.
Di Nestor Machno, guida
armata, stratega geniale e anima della rivolta contadina e anarchica
ucraina, parla l'ottimo saggio “Nestor Machno: bandiera nera
sull'Ucraina”, scritto dallo storico russo Alexander V. Shubin e
edito in Italia da Elèuthera.
Nestor Machno, nato in
Ucraina, a Guljaj Pole, nell'ottobre 1888 (per quanto egli credette
di essere nato l'anno successivo, a causa della falsificazione della
data di nascita da parte dei suoi genitori, affinché fosse
richiamato dall'esercito un anno più tardi), da poveri contadini,
ebbe un'infanzia di forti privazioni economiche.
Lavorò, sin
dall'infanzia, come pastore e successivamente come manovale in una
fonderia di proprietà di ricchi possidenti tedeschi.
Come ci racconta il
saggio di Shubin, fu proprio con lo sciopero della fonderia, nel
1905, che Machno si trovò catapultato in un contesto politico. Il
1905, fu infatti l'anno dello scoppio della prima rivoluzione
proletaria che la Russia conobbe.
Fu proprio in quell'anno
che Machno si avvicinò all'organizzazione contadina
anarco-comunista, chiamata Unione dei contadini liberi, la quale era
dedita agli espropri ai danni di ricchi borghesi e possidenti.
Nel corso di una delle
azioni dell'organizzazione, nel 1907, Machno venne arrestato per la
prima volta e, nel 1908, venne nuovamente arrestato, per una rapina
presso la fonderia per la quale lavorava.
Nello stesso anno venne
condannato a morte dalle autorità zariste, ma, a causa della sua
giovane età, la pena gli fu commutata in ergastolo, nel carcere di
Mosca.
Fu dunque in carcere che
iniziò a maturare la sua coscienza anarchica, anche grazie ai suoi
compagni di prigione, e ad approfondirne l'ideologia, ispirata dagli
scritti di Michail Bakunin, Pierre-Joseph Proudhon e Petr Kropotkin.
Nel marzo 1917, la
rivoluzione bolscevica leninista, liberò dunque Machno dal carcere e
fu in quell'anno che, ritornato nella sua natìa Guljaj Pole, iniziò
a costituire un gruppo anarco-comunista armato, composto
prevalentemente di contadini e proletari, oltre che di socialisti
rivoluzionari di sinistra.
Il loro obiettivo –
come fa presente Shubin nel suo saggio - era quello di abolire le
istituzioni governative, abolire la proprietà privata della terra e
delle fabbriche e opporsi ad ogni forma di Potere. Tutto ciò li mise
immediatamente in attrito con il nascente governo bolscevico di
Vladimir Lenin.
Lenin, pur avento
istituito, su ispirazione anarchica, i Soviet, ovvero i consigli
degli operai e dei contadini, sembrava pian piano distaccarsi
dall'idea rivoluzionaria originaria e voler accentrare il potere
nelle mani del partito bolscevico.
Machno e i suoi, per
contro, ritenevano che i Soviet andassero rafforzati ed essere la
base per l'autogoverno degli operai, dei contadini e delle masse
proletarie nel loro complesso. Senza alcun partito al comando, senza
alcuna forma di Stato.
Machno, in sostanza,
immaginava un sistema di liberi Soviet, apartitici, coordinati fra
loro, autogestiti dai lavoratori e culla per una nuova società
fondata sul lavoro in comune, il baratto e il socialismo libertario.
Soviet retti, gestiti ed
eletti dai lavoratori stessi.
Per quanto, per
combattere i Bianchi, ovvero le truppe zariste e i borghesi,
machnovisti e bolscevichi si fossero inizialmente alleati, ben
presto, le differenze ideologiche fra i due movimenti, divennero
sempre più evidenti e sempre meno conciliabili.
In particolare per i
bolscevichi, i quali bollarono i machnovisti con l'appellativo
“piccolo borghesi” e – a differenza dei seguaci di Machno -
miravano ad una forma di organizzazione gestita dall'alto.
Alexander Shubin ci
ricorda anche l'incontro fra Machno e Lenin.
Incontro inizialmente
cordiale ma, mentre il primo guardava ad una visione nella quale
tutto il potere dovesse essere effettivamente nelle mani dei Soviet,
ovvero allineato “alla coscienza e alla volontà stessa dei
contadini” (come egli stesso gli disse al “piccolo padre”
della rivoluzione bolscevica), il secondo accusò i contadini di
essere “contaminati dall'anarchia”.
Il che, per Machno, non
poteva essere altro che un bene.
L'esercito insurrezionale rivoluzionario di Machno, detto anche
Machnovščina, fu essenzialmente nomade e organizzato, appunto, in
Soviet del lavoro, consigli di fabbrica e cooperative.
Per la prima volta, nella Storia, grazie alla Machnovščina,
venivano sperimentate delle comunità autogestite di lavoratori, i
quali lavoravano le terre espropriate ai grandi proprietari terrieri.
Fu la prima esperienza
egualitaria della Storia che, per molti versi, sarà esportata prima
nella Spagna anarchica (prima della guerra civile del 1936) e,
diverso tempo dopo, nella Jugoslavia di Josip Tito Broz e nella Libia
di Gheddafi.
A partire dal 1919,
machnovisti e bolscevichi, ruppero definitivamente. Se prima erano
uniti nel combattere Bianchi, austro-tedeschi e nazionalisti ucraini,
ora divennero definitivamente nemici.
I machnovisti e i
socialisti rivoluzionari, contavano, all'epoca, di far scoppiare una
terza rivoluzione proletaria in Russia. Ovvero una rivoluzione
anarchica e socialista rivoluzionaria, che avrebbe dovuto mirare alla
soppressione di ogni forma di autoritarismo e di governo
centralizzato, restituendo il potere a tutto il popolo.
Purtuttavia, nel 1921, i
machnovisti e i socialisti rivoluzionari, furono definitivamente
sconfitti dai bolscevichi e costretti all'esilio dalla madrepatria.
Prima in Romania e
successivamente in Francia, i machnovisti non si arresero mai e
continuarono a propagandare le idee anarchiche, sempre pronti ad
accendere la fiaccola della rivoluzione, da riportare anche in
Russia.
Le loro idee saranno di
ispirazione agli anarco-sindacalisti spagnoli che, nel 1936,
riucirono a portare le idee della rivoluzione anarchica in Spagna,
allorquando gli anarchici e i repubblicani vinsero le elezioni (prima
volta nella Storia nella quale gli anarchici presentarono liste
elettorali). Ma, ben presto, verranno spazzati via dal golpe di
Francisco Franco e dal suo totaliarismo clerico-fascista.
Machno non smise mai di
essere vicino ai suoi compagni, sia russi che del resto d'Europa,
anche nei suoi utimi giorni di vita, vinto dalla tubercolosi. Così
come fu sempre un padre e un marito affettuoso.
Morì a Parigi, in esilio
e completamente povero, nel 1934.
Il saggio “Nestor
Machno: bandiera nera sull'Ucraina”, del prof. Alexander V.
Shubin, ce ne restiuisce un profilo autentico, sia dal punto di vista
biografico che delle sue idee politiche e delle sue capacità di
stratega militari.
In tal senso,
probabilmente, Machno potrebbe essere paragonato al nostro Giuseppe
Garibaldi. L'eroe senza macchia, lo stratega militare, ma con un
cuore e uno spirito antimilitarista. Il socialista umanitario e
anti-autoritario che entra in conflitto con il potere costutuito. Che
viene sconfitto, nella Storia, ma non nella bontà dei suoi atti e
delle sue idee.
Luca Bagatin
www.amoreeliberta.blogspot.it