lunedì 9 ottobre 2017

Amore e Libertà. Riflessione di Luca Bagatin

La libertà va conquistata e mai regalata.
Anteporre l'amore e il bene comune è condizione necessaria affinché le persone abbiano la possibilità, con il tempo, di conquistare la libertà (che è prima di tutto interiore).
L'amore è un dono. La libertà è una conquista. L'unione fra il dono dell'amore e la libertà conquistata è alla base di ogni percorso di crescita interiore.
Per quanto concerne l'economia ed il mondo materiale, più è libero il mercato più è schiavo l'essere umano, il quale è costretto a vendersi e svendersi sul piatto della bilancia dei rapporti economici, che nulla hanno a che vedere con i rapporti umani e sentimentali.
La libertà è una cosa che attiene alle persone, ai loro sentimenti, al loro spirito, non a concetti astratti, economicistici e materialistici. Essa è, infatti, un aspetto che si conquista. Non può essere affatto donato, altrimenti non sarebbe libertà.

La libertà, per essere tale, necessita di amore. Senza questo fondamentale elemento, come dicevo, non vi più essere alcuna conquista della libertà.
Il socialismo - privo di materialismo - può essere un percorso di conquista della libertà, a differenza del capitalismo, che è una finta idea di libertà, che i ricchi impongono a tutti per il loro tornaconto egoistico e materiale.

Luca Bagatin 

Gli Eroi nascono, ma non muoiono mai. Fra questi Ernesto "Che" Guevara che, come ed assieme a Giuseppe Garibaldi, lotta e vive assieme a noi !


Il vero rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti d'amore
(Ernesto "Che" Guevara) 

La vera rivoluzione deve cominciare dentro di noi.
(Ernesto "Che" Guevara)

L'unico eroe di cui il mondo ha mai avuto bisogno si chiama Giuseppe Garibaldi.
(Ernesto "Che" Guevara)
 


giovedì 5 ottobre 2017

Europa e Africa: unite nella lotta conto il mondialismo ! Intervista di Luca Bagatin all'attivista panafricano Nikos Amilduki

Colonialismo, neocolonialismo e schiavismo sono gli aspetti che più hanno caratterizzato le politiche di dominazione attuate dal cosiddetto Primo Mondo, dagli Stati Uniti d'America all'Europa, nei confronti del cosiddetto Terzo e Quarto Mondo.
E tali politiche sono all'origine della deportazione di massa di esseri umani dai Paesi del Sud del mondo ai Paesi del Nord del mondo, con tutte le conseguenze di violenza e sradicamento culturale e identitario che ciò comporta e ciò unicamente a vantaggio delle élites economiche e multinazionali che sfruttano da secoli e in varie forme la manodopera straniera a basso costo.
E ciò sia con lo sfruttamento delle risorse in loco, che attraverso lo sfruttamento dell'immigrazione di massa.
Ad opporsi a tale sistema di sfruttamento le lotte di emancipazione del popolo Nero, attraverso il movimento denominato "panafricanismo", sviluppatosi nel corso del '900 in particolare negli Stati Uniti d'America grazie a personalità quali il sindacalista giamaicano Marcus Garvey (1887 - 1940) ed il saggista ghanese William Du Bois (1868 - 1963). Costoro furono i primi a lottare per l'emancipazione economica, sociale ed umana dei popoli afrodiscendenti negli USA ed in particolare Garvey organizzerà una compagnia marittima - la Black Star Line - al fine di favorire economicamente il ritorno in Africa di tali popoli, che non meritavano affatto di essere sradicati, ma di vivere pacificamente e in piena sovranità e indipendenza nella propria terra d'origine.
Di questo e non solo parla il saggio-brochure "L'Europe et l'Afrique: meme combat contre le mondialisme!" ("L'Europa e l'Africa: stessa lotta contro il mondialismo!"), edito dalla rivista Socialista Rivoluzionaria "Rébellion" (http://rebellion-sre.fr) attraverso le "Editions des livres noirs" e redatto da Nikos Amilduki .
Dany è attivista panafricano di origine congolese, collaboratore delle riviste "Rébellion" (rivista dell'Organizzazione Socialista Rivoluzionaria Europea),  e "Panafrikan" (rivista della Lega Panafricana Umoja), attivista dell'Organizzazione Socialista Rivoluzionaria Europea (OSRE) e dottore di ricerca in filosofia presso l'Università Toulouse II - Jean Jaurès di Tolosa, oltre che cineasta e studioso di cinematografia.
La riflessione che Nikos Amilduki  vuole porre al pubblico è, in sostanza, che il razzismo e la xenofobia sono fomentate dalle élites economiche e politiche al fine di dividere le persone ed indebolirle. Un po' come avviene nelle guerre fra poveri. Bianchi e Neri devono invece unirsi ed allearsi, rispettendo, valorizzando e non abbandonando la propria cultura e spiritualità d'origine e lottare sia contro il fondamentalismo religioso che contro il totalitarismo mondialista, capitalista e liberale.
Dany individua nell'alleanza fra le forze e le persone europee ed africane anti-mondialiste, panafricane, nazionaliste, socialiste rivoluzionarie, populiste, neo-eurasiatiste, protezioniste sotto il profilo economico-culturale, quale l'unica a potersi opporre pragmaticamente ai tentacoli del mondialismo capitalista, che vorrebbe seguitare ad imporre un modello unico economico-sociale neololoniale basato sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo.
L'obiettivo finale - secondo Nikos Amilduki  - dovrebbe essere, in sostanza, una Grande Europa federata, sovrana, indipendente e unita ad una Grande Russia multipolare teorizzata dal filosofo russo eurasiatista Aleksandr Dugin e una Grande Africa indipendente, sovrana, federata e in dialogo costante, pacifico ed amichevole con l'Eurasia.
Per poter approfondire meglio le sue proposte e far conoscere ai lettori l'attivismo panafricano, ho avuto la possibilità di intervistare l'amico e compagno di militanza Socialista Rivoluzionaria Nikos Amilduki , segnalando che il suo saggio-brochure è acquistabile, in francese, al seguente link ad un prezzo davvero simbolico: link: http://rebellion-sre.fr/boutique/europe-afrique-meme-combat-contre-mondialisme-de-dany-colin/

Luca Bagatin: Tu sei di origine congolese. Se non erro sei nato in Francia da padre francese e madre congolese. Nella tua brochure racconti di avere avuto difficoltà ad essere accettato, da piccolo, a causa del colore della tua pelle. Hai subito dunque in prima persona il fenomeno razzista. Puoi parlarcene ?
Nikos Amilduki : Sono nato a Kamina, Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire). Mio padre era un paracadutista francese (di Lorena), negli ultimi anni della sua carriera, nel terzo RPIMA (Reggimento Paracadutisti di Fenteria e Marina) di Carcassonne (città del sud-ovest della Francia), il quale è stato chiamato ad intervenire in quello che a quel tempo era chiamato Zaire, sotto la richiesta del suo Presidente Mobutu Sese Seko. Io sono il frutto della sua unione con una donna congolese la cui famiglia è originaria della regione mineraria del Katanga, regione secessionista ai tempi dell'indipendenza del Congo nel 1960. Sono arrivato in Francia all'inizio - all'età di circa un anno - con mio padre, ma mia madre rimase in Africa per complesse ragioni famigliari e politiche.. Così sono cresciuto in una famiglia bianca borghese, mentre io ero l'unico "meticcio". Ho subito violenza fisica e morale da un gruppo di ragazzini, la violenza è spesso - e paradossalmente - più forte quando nell'ambiente famigliare c'è un genitore nero. Tuttavia, come ho precisato in una conferenza che ho tenuto quasi un anno fa a Tolosa, anche se la mia classe sociale di appartenenza è stata quella borghese (anche se io mi considero come appartenente alla classe media di una famiglia mantenuta quasi escusicamente dallo stipendio di un uomo, vale a dire mio padre), sin da ragazzino ho compreso quanto i conflitti fra le classi sociali fossero interconnessi con i conflitti fra le razze.

Luca Bagatin: Come e quando hai deciso di diventare un attivista panafricano ?
 Nikos Amilduki : Diciamo che posso raccontare ciò in due fasi.
La prima è il mio primo ritorno nella Repubblica Democratica del Congo nel 2011, che si è concluso con una serie di domande relative all'identità nera, la quale è emersa attraverso la mia pelle e la cui esatta provenienza mi è stata a lungo tenuta segreta per vari motivi famigliari che richiederebbero un ampio discorso che non è il caso di fare qui. Fu così che conobbi mia madre ed in parte il resto della mia famiglia congolese, rendendomi conto che i neri ed i meticci d'Europa conoscono poco l'Africa e spesso ne hanno un'immagine di fantasia. Questo mio viaggio in Africa mi ha permesso di osservare che il conflitto Bianchi contro Neri, sostenuto dal razzismo istituzionale francese, vuole semplicemente annullare in realtà conflitti di classe ben più gravi. Quelli ad esempio costituiti dal sottoproletariato congolese contro l'oligarchia congolese ricca. Un'altra rivalità è di natura etnica e riguarda i balubas di Kasai - una provincia situata tra la parte di Kinshasa e la parte di Lubumbashi - la cui lingua è il Tshiluba, la quale fa parte di una certa élite politico-economica, e dall'altra parte i i balubas del Katanga, i quali parlano il Kiluba.

Un altro aspetto che mi ha fatto amare il panafricanismo fu l'intensa storia d'amore che ebbi con una attivista panafricana franco-guineiana ispirata a grandi figure della Rivoluzione Cubana come Che Guevara. Lei mi ha ridato la speranza verso un'Africa e un Congo la cui storia non è stata molto favorevole. Penso ad esempio alla sconfitta subita dal "Che" durante la guerra del Congo del 1965 tentando di far cadere l'assassino di Patrice Lumumba, ovvero Moïse Tshombé.
Questa cara ragazza mi ha permesso di vivere per più di un anno e mezzo a Conakry. Ho così potuto approfondire la vita dei suoi abitanti e scoprire un'altra realtà africana, con i suoi altri conflitti etno-tribali (Soussous, Fulani, Malinke) e socio-culturali. Ma questa volta ho potuto farlo dopo aver approfondito meglio la realtà dell'Africa e con uno sguardo maggiormente politicizzato e radicalizzato. E soprattutto ero tornato nel continente africano in qualità di militante, di formatore della gioventù patriottica di Guinea, dotata di una forte fibra panafricanista assai difficile da trovare fra i nostri attivisti europei della diaspora, troppo spesso impegnati a consumare e a fare festa.

Luca Bagatin: Il panafricanismo è fenomeno poco conosciuto, almeno in Italia. Puoi parlarci della tua militanza panafricanista ? Che ne pensi dell'attivista panafricano Kemi Séba e delle sue battaglie?
 Nikos Amilduki : Il mio attivismo panafricanista differisce su alcuni aspetti di una visione più "panégriste", che è piuttosto una concezione afro-discendente d'origine americana del tipo dell'UNIA di Marcus Mosiah Garvey e della Nation of Islam della onorevole Elijah Muhammad, che è stata portata avanti negli Anni '60 da Malcolm X ed è attualmente rappresentata dal Ministro Louis Farrakhan.
Dal mio punto di vista il panafricanismo deve essere fatto in Africa, sul campo, e necessita di ri-emigrazione di attivisti militanti africani panafricani e altri che non si sentono rappresentati in Europa. Ciò al fine di aiutare gli attivisti indigeni africani ad ottenere la famosa sovranità africana tanto decantata su Facebook, ma mai attuata ! La priorità deve essere data all'istruzione, sin dalla tenera età, alle grandi figure del panafricanismo e dei concetti politici che l'hanno accompagnato (tra cui il socialismo di Ahmed Sékou Touré in Guinea, di Kwamé Nkrumah in Ghana e di Amilcar Cabral in Guinea-Bissau negli anni '60), oltre che sulla riattualizzazione del pensiero e della dottrina panafricana in chiave moderna. Il socialismo nazionalista di alcuni attivisti si mescola al federalismo con accenti liberal-capitalisti, mentre in altri casi si mescola al tradizionalismo Kamite (chiamato "Afro-centrismo") di un altro gruppo. Tali divisioni non aiutano. Occorre unificare una dottrina veramente africana e superare le nostre difficoltà di azione rivoluzionaria.

Per quanto riguarda il lavoro di Kemi Séba, conosco il suo attivismo da quando ha iniziato a militare in Francia. Ho seguito il suo percorso sia mediatico che ideologico. Egli ha attraversato l'afro-centrismo creando il Ka Tribe (sciolto nel 2006 da Nicolas Sarkozy, allora Ministro degli Interni in Francia) per poi sposare più precetti della Nation of Islam in rappresentanza della sezione Francese del New Black Panther Party (fondato negli Stati Uniti nel 1989 dal Dr. Khalid Abdul Muhammad). Il suo coraggio, la sua insolenza in risposta alla prepotenza di qualche intellighenzia dominante, i suoi pregiudizi sionisti come attivista africano in Francia e le sue alleanze passate con il movimento "Egalité & Réconciliation" (qualificato ingiustamente dai media mainstream in Francia come di estrema destra) erano senza precedenti e stimolanti dal punto di vista delle dinamiche ideologico-politiche e della critica radicale che ora deve essere nostra.


Luca Bagatin: In Europa molti si lamentano dell'immigrazione che, come dice Alain De Benoist, "E' un fenomeno capitalista e padronale". In pochi però comprendono che il fenomeno migratorio è ed è stato incoraggiato proprio dall'Europa e dagli Stati Uniti d'America colonialisti e neocolonialisti e che proprio le lotte panafricane hanno lo scopo di emancipare i popoli africani nella propria terra d'origine.
Cosa puoi dirci in merito ?
 Nikos Amilduki : L'immigrazione non europea in Europa, tra cui quella degli Anni '70, non è altro che un effetto in continuità con il colonialismo. Ovvero l'indipendenza africana concessa negli Anni '60, così come le rivoluzioni del '68 in Francia e Italia, sono state unicamente nuove ricomposizioni del capitalismo al fine di estendere la sua logica di dominio, come spiegato ad esempio da Pier Paolo Pasolini in quella che egli definisce "società dei consumi". Pasolini ha descritto il fenomeno italiano come "neofascismo". Direi che siamo in grado di identificare lo stesso fenomeno in Francia, ma piuttosto possiamo percepirlo come neocolonialismo, ove, ad essere colonizzate, sono le popolazioni di immigrati di origine africana che lavorano in Francia a basso costo, privando così il Paese d'origine della forza produttiva, ma anche i francesi "nativi", puniti per le loro aspirazioni rivoluzionarie. Così abbiamo due frange di proletari e sottoproletari della popolazione francese assoggettati dalla classe dirigente neoliberale, la quale trae profitto dalle due chimere del secolo, ovvero dal razzismo e dall'antirazzismo. Qualsiasi manovra che può reprimere il nostro spirito rivoluzionario, tutto ciò che può nascondere la lotta di classe quale strumento di analisi critica sembra essere, nel nostro mondo ricco fatto di finzione e menzogna, altamente consigliato!
Per quanto riguarda l'emergere di panafricanismo come argine allo sfruttamento dei Neri da parte dell'Occidente, è chiaro che un militante panafricano non può che essere anti-mondialista e dialogare ed allearsi con i nazionalisti europei che criticano l'immigrazione di massa, che è un fenomeno di sradicamento.

Luca Bagatin: Fra i maggiori leaders e politici panafricani che la Storia ha conosciuto ne cito alcuni: Patrice Lumumba (1925 - 1961) Primo Ministro della Repubblica Democratica del Congo; Kwamé Nkrumah (1909 - 1972), primo Presidente del Ghana indipendente; Thomas Sankara (1949 - 1987), Presidente del Burkina Faso; Mu'Ammar Gheddafi (1942 - 2011) Leader della Jamahirya Socialista di Libia. Tutti sostenitori di un'Africa indipendente e sovrana e tutti leaders sostenitori del socialismo africano, laico e democratico e per tutte queste ragioni contrastati e fatti uccidere dall'imperialismo statunitense.
Oggi che cosa rimane della loro opera e del loro messaggio ? Pensi che sia dal loro insegnamento che possa nascere un'Africa finalmente libera ed emancipata ? Oggi, secondo te, è possibile ciò ?
 Nikos Amilduki : Se proviamo a pensare dal punto di vista del nemico, diremmo che la colpa di tutti questi grandi personaggi storici che hanno combattuto le lotte di emancipazione dei popoli africani e le cui effigi sono ormai note alla gioventù africana e afrodiscendente attraverso il merchandising e su Facebook (ossia a metà fra il feticismo delle merci e lo spettacolo completo), era quella di avere legami con l'URSS, quindi con un'egemonia comunista che stava crescendo fra i Paesi del Terzo Mondo. La loro visione, tuttavia, era piuttosto di matrice socialista e nazionalista (Patrice Lumumba e Thomas Sankara, per esempio). Kwamé Nkrumah e Mu'Ammar Gheddafi erano più specificamente panafricani, e ciascuno in un modo diverso. Nkrumah si formò negli Stati Uniti ed ereditò uno Stato federalista che si mescolò ad un impegno unificante per l'Africa attraverso il socialismo, volendo abolire i confini africani creati dai coloni europei nella Conferenza Berlino (1884-1885), creando dunque una moneta africana, un esercito africano, un governo africano.
Mu'Ammar Gheddafi è stato l'unico che è riuscito a risolvere le controversie etno-tribali e promuovere il nazionalismo ed il socialismo (Gheddafi non era particolarmente filo-sovietico) attraverso la Jamahiriya libica ed il metodo di democrazia diretta che espone nel suo indispensabile Libro Verde. Inoltre ha lavorato ad un progetto di sovranità monetaria (il dinaro-oro), che ha minacciato di soppiantare il dollaro USA, prima di essere ignominiosamente defenestrato dall'Occidente. Naturalmente tutte queste figure ci lasciano un insegnamento, un patrimonio, ognuno a modo suo e secondo i loro paradigmi e l'epoca nella quale sono vissuti. Detto questo, il panafricano di oggi deve essere in grado di distinguere i benefici e gli errori di quei grandi leader che, nonostante tutte le forze "soprannaturali" che potrebbero averli guidati, rimangono esseri umani. Si tratta di un lavoro psichico necessario per l'attivista, al fine di uscire dalla sua eccessiva propensione all'idolatria passiva che alcuni pseudo-panafricanisti malintenzionati sanno molto bene manipolare a loro profitto.

Luca Bagatin: Nella tua brochure teorizzi un'alleanza fra socialisti rivoluzionari, panafricani e neo-eurasiatisti d'Europa ed Africa. Puoi spiegarci meglio la tua prospettiva ?
 Nikos Amilduki : Innanzitutto diciamo che c'è il tentativo strategico del nemico neoliberale di allineare la totalità del pianeta sotto l'egida del materialismo. E tale allineamento si struttura attraverso l'inversione totale dei valori tradizionali che appartengono ai nostri popoli ed alle nostre diverse civiltà. Tale allineamento è paragonabile a ciò che il militante comunista Antonio Gramsci definiva "egemonia culturale". Ovvero noi abbiamo attualmente a che fare con un centralismo neofascista bancario che ingloba il mondo e lo uniforma in modo da ridurci a degli atomi senza radici e senza altro scopo che quello di consumare all'infinito.
Il nazionalismo, a breve termine, è l'unico in grado di arrestare tale fenomeno totalitario. Un nazionalismo che deve, per quanto riguarda la Francia, attualizzarsi ed allinearsi alle sue differenti dottrine politiche (l'Azione Francese realista, il Solidarismo neo-giacobino...), in particolare in questa fase di globalizzazione, che non dovrebbe durare a lungo.

L'Europa e l'Africa, a partire dalle loro relazioni storiche, dovrebbero negoziare la loro autodeterminazione politica, economica e commerciale e ciò non sarà possibile sino a che l'Europa non si libererà delle sue scorie ultraliberiste e sino a che l'Africa non si strutturerà secondo i paradigmi che le sono propri, recupererà le sue origini e radici mistiche e spirituali e sfrutterà la sua posizione geopolitica di non allineamento fra il Medioriente e l'America Latina.
Tale trasformazione continentale africana potrebbe allinearsi ad un mondo multipolare nella sfera eurasiatica dominata da un Oriente di rinascita spirituale (il Sole si leva sempre ad Est) e così l'Europa, che dovrà staccarsi dall'Atlantismo liberal-capitalista.
Lo scopo finale dovrebbe essere quello di ridefinire nuove alleanze strategiche a lungo termine nel rispetto delle diversità di ciascun popolo.

Luca Bagatin: Sei un cineasta ed uno studioso di cinematografia. Oltre ad aver realizzato dei cortometraggi, nella tua bruchure parli del cinema africano "sovversivo". Potresti parlarcene ?
Nikos Amilduki : Sono in effetti essenzialmente un cinefilo e la mia prima vocazione è il cinema e particolarmente la realizzazione e la scrittura di soggetti cinematografici.
Ho avuto finora un percorso che mi ha portato a fare un dottorato di ricerca il cui oggetto filosofico è "l'oggetto film". Il "cinema sovversivo" che rilevo attraverso alcuni autori africani (il senegalese Djibril Diop e Sembène Ousmane Mambéty) si riferisce alla stretta relazione tra cinema e ideologia da un lato, ma anche i collegamenti tra cinema e spiritualità. Penso che l'arte cinematografica che appare nella creazione della cinematografia dei fratelli Lumière, alla fine del XIX secolo, sia fondamentalmente un'invenzione tecno-scientifica. La presente invenzione concorre con la fotografia già discussa tra gli artisti nel modo di oggettivare il mondo che ci circonda rimuovendo per esempio il potere soggettivista del pittore. Inoltre, il suo recupero da parte della classe media attraverso la proliferazione di ritratti (a spese dei paesaggi) simboleggiava l'estensione narcisistica di riproduzione, tra gli altri castigata dal poeta e critico francese Charles Baudelaire. Il film aggiunge alla fotografia movimento, che ha l'effetto di affascinare. Il cinema è un'arte, ma anche un settore, l'apparato capitalistico ha recuperato rapidamente questa arte in un'arte messa al servizio della propaganda politica, il che spiega in parte la profusione di opere in lode del comunismo pre-stalinista con i film di Sergueï Einsenstein russa (Strike (1925)) o Dziga Vertov (l'uomo con una macchina fotografica (1929)), o il film nazionalsocialista tedesco di Leni Riefensthal durante il periodo di Hitler. Situazione schizofrenica del cinema in quanto è espressione di rimpianto per le nostri armonie cosmiche (che rappresenta il cinema Andreï Tarkovsky), ma anche strumento al servizio delle masse consumistiche (rappresentate dal cinema commerciale americano).
Penso che il cinema abbia ancora la capacità di superare questa schizofrenia e di prevalere sul dominio neo-capitalista proiettando nuove immagini sonore che raccolgano al loro interno frammenti di verità sepolte, che lo spettatore deve decifrare con le sue facoltà contemplative. La gestione del cinema da parte del Grande Capitale è compresa dallo scrittore e regista italiano Pier Paolo Pasolini, che, alla fine degli Anni '60, è stato in grado di identificare l'allineamento dell'Italia e del mondo intero al consumismo. E lo ha fatto realizzando film quali "Teorema" (1968) e "Porcile" (1969).
Il cinema sovversivo oggi, sia africano che non africano, è qualcosa che può ritrovarsi solo all'interno di un sistema audiovisivo anticonformista e opposto rispetto al conformismo globalista dominante. Da lì a liberarsi completamente dal globalismo è oggetto di lavori in corso...

Luca Bagatin

lunedì 2 ottobre 2017

La democrazia non può essere repressa nel sangue. Una brutta pagina per l'Europa. Articolo di Luca Bagatin

Al referendum sulla Catalogna indipendente oltre 2 milioni di cittadini catalani hanno detto sì. E questo nonostante le violenze e le intimidazioni commesse dalle forze dell'ordine su mandato del governo centrale spagnolo guidato da Mariano Rajoy.
All'esultanza dei cittadini che hanno espresso un voto democratico - sebbene non riconosciuto da Madrid - purtroppo fanno eco le violenze contro cittadini inermi, le cui immagini hanno fatto il giro del mondo. Una brutta pagina per la Spagna e l'Europa. Immagini che mai avremmo voluto vedere e che ci fanno chiedere: dov'è la democrazia ? Se la democrazia è diritto dei cittadini a decidere, nella Spagna di Rajoy - Premier peraltro non eletto da nessuno, visto che il suo monocolore è retto unicamente dall'astensione del PSOE e del partito dei Ciudadani per evitare un ritorno alle urne - questo diritto è stato calpestato brutalmente.
E ciò indipendentemente da come la si possa pensare sulla questione Catalana.
Su tutto questo l'Europa tace. O, peggio, il Presidente della Commissione europea Juncker ed il Presidente del Parlamento di Strasburgo Antonio Tajani sostengono il governo di Madrid. Pazzesco, assurdo, vergognoso.
Il referendum catalano, per Costituzione, poteva anche ritenersi illegittimo, ma come si può ritenere una espressione di voto democratica e pacifica illegittima e soprattutto questa possa essere soffocata nel sangue ? Il voto poteva benissimo essere dichiarato successivamente nullo dal governo centrale, senza alcuna violenza, senza alcun sopruso. Ma ad ogni modo tutto ciò dovrebbe far riflettere, ovvero forse sarebbe il caso, per la Spagna, di dare il via ad una Assemblea Costituente composta da cittadini per rinnovare la Costituzione e far sì che questa sia espressione diretta dei cittadini medesimi e che riconosca finalmente le identità culturali e storiche di Catalani e Baschi.
Una Assemblea Costituente, peraltro, è stata avviata in quel Venezuela socialista che proprio la Spagna di Rajoy e gran parte dell'Europa (Tajani in testa...sic !) ha definito "dittatura". Una Assemblea Costituente votata in luglio in Venezuela e contrastata unicamente dall'opposizione violenta di piazza in assetto paramilitare (altro che i cittadini inermi e pacifici catalani !), che per mesi i media europei hanno presentato come "paladini di libertà" e non come sovvertitori di un governo - quello presieduto dal socialista Nicolas Maduro - eletto (lui sì) dai cittadini.
Dunque, mentre la Spagna e l'Europa sanzionavano il Venezuela socialista e la sua democratica Assemblea Costituente (che sta costituzionalizzando i diritti dei disabili e nuovi diritti sociali per poveri e pensionati, aumentando le risorse in tal senso), oggi Spagna ed Europa vorrebbero impedire ai cittadini catalani di esprimersi liberamente e pacificamente ! Sconvolgente !
Gli unici a sostegno dei referendari e ad esprimersi immediatamente contro le violenze perpetrate dal governo di Madrid i socialisti di razza, ovvero il movimento politico socialista spagnolo e per la democrazia diretta Podemos, il cui leader Pablo Iglesias si è augurato una Catalogna "libera e sovrana", nonché il leader del Partito Laburista inglese Jeremy Corbyn, che ha chiesto al Primo Ministro britannico Theresa May di intervenire per porre fine alle violenze e trovare una soluzione politica a questa crisi costituzionale; nonché il Presidente del Venezuela Nicolas Maduro, che ha espresso solidarietà al popolo catalano e dichiarato: "Chi è il dittatore ? Mariano Rajoy ha optato per il sangue, il manganello, la repressione, contro un popolo nobile".
Non è questa, dunque, l'Europa e la Spagna che vogliamo. I democratici, da sempre, vogliono una Europa dei cittadini e dei popoli sovrani, liberi, civili, pacifici e non una Europa di burocrati ed élites che fomentano divisione e violenza.

Luca Bagatin

domenica 1 ottobre 2017

"La seconda vita di Bettino Craxi" di Pietro Carubbi e un ricordo di Craxi. Articolo di Luca Bagatin

Massimo D'Alema giunge troppo tardi a definire Bettino Craxi "di sinistra" rispetto a Matteo Renzi.
D'Alema ed i suoi sanno bene di essere stati i carnefici del socialismo italiano e di aver dato vita - negli anni - ad un partito liberal-capitalista che ha, oggi, Renzi suo leader e rappresentante.
Ad ogni modo, chi è rimasto socialista, lo sa bene.
Del resto anche in tutta Europa, dopo la fine del Psi di Craxi, il cosiddetto "socialismo europeo" si è trasformato nel liberal-capitalismo europeo. Prima con le privatizzazioni selvagge all'italiana, che proprio Craxi tentò di contrastare, e via via con le varie Loi Travail di Hollande, i Jobs Act renziani, le liberalizzazioni, il precariato sociale, le misure di austerità, i tagli alle spese sociali, tutto in nome di una Europa economicistica ed elitaria che i cittadini europei stessi, se potessero decidere direttamente, avrebbero da tempo rifiutato.
Su Bettino Craxi, grande statista che non necessita di alcuna riabilitazione nè nazionale nè sicuramente internazionale, è stato scritto molto. Interessante un recente romanzo scritto da Pietro Carubbi, lucchese, classe 1967, ragioniere programmatore laureatosi in Filosofia e romanziere.
Nel suo "La seconda vita di Bettino Craxi", edito dalla Fuoco Edizioni, Carubbi fa rivivere e soprattutto fa ancora vivere Bettino Craxi. Lo fa vivere come se non fosse mai morto, quel 19 gennaio 2000, ma avesse semplicemente deciso di aver "fatto credere" di essere morto. Per invece continuare a vivere e viaggiare, persino in Italia, sotto mentite spoglie.
Nel romanzo in realtà non c'è pressoché alcuna azione. Ci sono piuttosto riflessioni e ricostruzioni storiche. E' come se lo stesso Craxi scrivesse le sue memorie e formulasse giudizi sulla Prima e sulla sedicente Seconda Repubblica. E Carubbi nel suo romanzo vi riesce alla perfezione, con un linguaggio colto e tagliente che potrebbe essere attribuito allo stesso Craxi.
Un Craxi che racconta le sue origini e quelle della sua famiglia, socialista da sempre. Un Craxi che racconta gli anni della Segreteria del Psi e del rinnovamento autonomista, nel solco della tradizione libertaria di Pierre-Joseph Proudhon, Giuseppe Garibaldi e Carlo Rosselli.
A Garibaldi, in particolare, Craxi si rifarà sempre, al punto di collezionarne i cimeli. Critico nei confronti del comunismo materialista, ma pronto a dialogare con i comunisti in nome degli oppressi, proponendo, nei primi Anni '90, una lista di Unità Socialista. Proposta caduta nel vuoto sino al linciaggio politico-mediatico ordito in primis dai post-comunisti. Da quelli che, D'Alema in testa, finiranno per essere i migliori amici degli Stati Uniti d'America imperialisti e della NATO, al punto da offrire - durante la guerra del Kosovo del 1999 - l'uso delle basi militari italiane per bombardare la Serbia (sic !), già partner commerciale dell'Italia.
A tal proposito, come riporta Carubbi nel suo libro, Craxi dichiarava: "L'Italia non è la portaerei fissa della NATO nel Mediterraneo".
Nel romanzo di Carubbi c'è, condensata, dunque, tutta la vita politica di Craxi sino all'esilio di Hammamet. C'è il politico machiavellico che, in nome dell'interesse del Paese, dialoga con i Paesi del Mediterraneo, anziché entrarvi in conflitto, come hanno fatto spesso le potenze europee negli ultimi decenni. C'è il politico che taglia quattro punti della scala mobile per contrastare l'inflazione galoppante. C'è il politico che rilancia il Made in Italy nel mondo e che finanzia segretamente vari movimenti di liberazione nazionale: da quello sandinista del Nicaragua sino all'OLP palestinese, il Partito Socialista di Spagna allora ancora illegale ed i socialisti cileni sottoposti alla dittatura di Pinochet. C'è il politico che, in nome della sovranità del Paese, si oppone alle ingerenze statunitensi. C'è il politico che contrasta le privatizzazioni selvagge, ma che pagherà per la sua politica quale capro espiatorio attraverso la falsa rivoluzione denominata Tangentopoli, la quale mirava a dimostrare che lui, lo statista socialista per eccellenza, si era personalmente arricchito attraverso il finanziamento illegale alla politica (sic !).
Proprio quel finanziamento illegale che lui stesso per primo aveva denunciato, quando tutti sapevano che i partiti politici italiani (e non solo !) - dal dopoguerra - si finanziavano illegalmente, ovvero prendevano "in nero" danari privati o, molto peggio, attraverso il parastato (la Dc) o il finanziamento illegale proveniente dall'Unione Sovietica (il Pci).
Craxi, che mai si arricchì personalmente, denunciò tutto ciò in tempi non sospetti, proponendone una riforma, oltre che lo denunciò alla Camera dei Deputati in un famoso discorso del 3 luglio 1992.
Ormai era tardi ed il sistema gli crollò addosso. Crollò addosso a lui e a gran parte dei socialisti della sua corrente autonomista. Il 70% dei quali assolti negli anni a seguire, ma ormai la loro vita e la loro salute era rimasta compromessa. Taluni si suicidarono. Il Partito Socialista Italiano finirà per sempre di esistere.
Non ci resta dunque che onorare la memoria di Craxi ed il romanzo di Pietro Carubbi lo fa, chiudendosi con una speranzosa poesia e con una frase che Carubbi fa dire a Craxi: "C'è chi mi paragona anche a Giuseppe Garibaldi".
Eh sì, anche Craxi, come Garibaldi, rimarrà per sempre un Eroe immortale per tutti i socialisti e per tutti i rivoluzionari d'ogni tempo che hanno ancora il coraggio di sognare e di amare.

Luca Bagatin

La democrazia o è diretta o non è

La democrazia diretta è volontà di popolo e dunque è l'unica autentica democrazia.
E se una legge scritta non è democratica sarà il caso di cambiarla secondo le decisioni del popolo.
(Luca Bagatin)

venerdì 29 settembre 2017

"Breve critica (socialista autogestionaria e rivoluzionaria) al totalitarismo liberale" by Luca Bagatin

Il totalitarismo liberale è quell'aspetto che impone e antepone le regole dell'economia "libera" alle necessità ed ai bisogni delle persone, favorendo i ricchi e i più furbi, disprezzando i poveri o ignorandoli.
Il totalitarismo liberale è quello che impone un politicamente corretto ipocrita e modelli che negano le differenze (che sono sempre una ricchezza) fra le persone e i popoli.
Il totalitarismo liberale ci vuole tutti isolati, asocializzati, fisicamente di plastica e mentalmente manipolati da media e pubblicità commerciale, in nome di una società uniforme e uniformata al modello unico del capitale.

 
(Luca Bagatin)