sabato 29 settembre 2018

"Pugni proletari e baionette prussiane - Il nazionalbolscevismo nella Repubblica di Weimar". Articolo di recensione di Luca Bagatin

Con il trattato di Versailles del 1919 - successivo alla sconfitta nella Prima Guerra Mondiale - la Germania, perdendo la propria sovranità e dovendo restituire alle potenze dell'Intesa una cifra astronomica a titolo di riparazioni di guerra, sarà preda di una delle più tremende crisi economiche della Storia.
Ciò porterà i movimenti di ispirazione socialista a rafforzarsi e a ribellarsi e, fra questi, il nascente movimento nazionalbolscevico, sorto da una costola della socialdemocrazia tedesca, avente per guide Ernst Niekisch e Karl Otto Paetel e con alle spalle qualche migliaio di militanti e un pugno di giornali, circoli e case editrici.
Di tale movimento racconta il saggio accademico "Pugni proletari e baionette prussiane - Il nazionalbolscevismo nella Repubblica di Weimar" di David Bernardini, con prefazione del prof. Marco Cuzzi edito da Biblion Edizioni (www.biblionedizioni.it), casa editrice specializzata in testi e riviste sul socialismo e la storia sociale.
Saggio agile e completo, quello di Bernardini, che contribuisce a colmare non poche lacune attorno a tale scuola di pensiero e movimento politico sorto nel cosiddetto "Biennio rosso" tedesco e destinato ad essere sconfitto e perseguitato durante l'ascesa del nazismo.
Avente per simbolo l'aquila prussiana con al centro una falce e martello, il movimento nazionalbolscevico, destinato a superare la dicotomia destra-sinistra, si proponeva di recuperare la sovranità della Germania, perduta appunto con il Trattato di Versailles, attraverso un'alleanza con la Russia bolscevica di Lenin e con il Partito Comunista Tedesco (KPD).
Contrapposto alla visione liberale, borghese, illuminista e capitalista propugnata dalla Rivoluzione Francese del 1789, asse portante delle nazioni capitaliste occidentali, il nazionalbolscevismo vedeva nella Rivoluzione d'Ottobre del 1917 il suo punto di riferimento, fondato sul primato della comunità e dell'operaio-proletario al servizio della stessa, rispetto all'egoismo dell'"homo economicus" della borghesia capitalista, la quale pensava unicamente al proprio egoistico tornaconto personale.
I nazionalbolscevichi proponevano dunque l'unità della classe operaia e proletaria in chiave nazionale e antiborghese in alleanza all'Unione Sovietica e a tutte le potenze oppresse dal colonialismo economico occidentale. In tal senso i nazionalbolscevichi si contrapposero altresì al nazismo hitleriano e al fascismo, sia per il carattere antisemita di tali ideologie, che in quanto vedevano in esse la prosecuzione della politica capitalista, borghese, imperialista e antisovietica. Tali critiche saranno formulate in particolare da Niekisch nei suoi saggi, pubblicati negli Anni '30: "Hitler - una fatalità tedesca" e "Il Regno dei Demoni" (ripubblicati recentemente da NovaEuropa e sarà mia cura recensirli prossimamente), che gli costeranno successivamente l'internamento in un campo di concentramento dal quale uscirà solo a guerra finita, nel 1945, liberato dalle tuppe sovietiche e successivamente aderirà al Partito Comunista Tedesco della nascente DDR.
Nel saggio di Bernardini si parla di questo e dell'evoluzione del movimento nazionalbolscevico dagli Anni '20 agli Anni '30, nell'epoca della Repubblica di Weimar. Ovvero dai tempi in cui i socialdemocratici amburghesi Laufenberg e Wolffheim iniziarono a distaccarsi dal loro partito, la SPD, in quanto troppo transigente nei confronti dei crediti di guerra nel 1914. Nel 1918 i due parteciparono ai moti rivoluzionari di Amburgo, successivamente aderiranno alla KPD, ovvero al Partito Comunista Tedesco e nel 1920 parteciparono alla costituzione della KAPD, il Partito Comunista Operaio di Germania. Infine costituiranno un circolo di ispirazione nazionalcomunista, la cui eredità sarà successivamente raccolta da Karl Otto Paetel e dalla sua cerchia nazionalrivoluzionaria, dando successivamente origine al Gruppo Nazionalista Social Rivoluzionario (GNSR).
Negli Anni '20, un altro esponente socialdemocratico, Ernst Niekisch, iniziò a ritenere utile e necessario un avvicinamento fra la Germania e la Russia bolscevica, contrapponendosi via via sempre di più alla visione più marcatamente filo occidentale del suo partito, la SPD e dando vita ad un raggruppamento di socialisti indipendenti denominato ASP che, purtuttavia, ebbe scarsissimo seguito elettorale.
A Niekisch va ad ogni modo il merito di aver, fra i primi, elaborato il concetto che, per emancipare i lavoratori tedeschi fosse necessario emancipare la Germania dalle potenze dell'Intesa, le quali le avevano imposto il Trattato di Versailles e, dunque, guardare verso l'Unione Sovietica e ad un modello anticapitalista e socialista autentico.
Nei primi Anni '30 i vari circoli nazionalbolscevichi e i loro organi di stampa, pur poco numerosi e scarsamente coordinati fra loro, elaboreranno una piattaforma che prevedeva in sostanza un tipo di economia pianificata sotto il controllo dello Stato, la separazione fra Stato e Chiesa e un orientamento verso Est in politica estera.
Il 30 gennaio 1933, dunque, mentre Hitler veniva nominato Cancelliere, un manipolo di nazionalisti socialrivoluzionari, in polemica con tale avvenimento, distribuiranno per le strade di Berlino un opuscolo dal titolo "Il manifesto nazionalbolscevico", con in copertina il curioso simbolo composto da una falce e martello che incrociavano una spada. Purtuttavia quello sarà proprio l'inizio della fine del movimento nazionalbolscevico, soffocato dalla dittatura hitleriana.
Il saggio di David Bernardini sul nazionalbolscevismo quale movimento politico e corrente culturale della Rivoluzione conservatrice tedesca, è dunque strumento utilissimo di approfondimento a tale aspetto storico spesso tralasciato, pur rientrando a pieno titolo fra le correnti dell'antifascismo, dell'antimperialismo e dell'anticapitalismo europeo e tedesco.
Come rilevato dal prof. Marco Cuzzi sin dalle prime righe dell'introduzione al saggio, di nazionalboscevismo si è tornato a parlare grazie a esponenti quali lo scrittore Eduard Limonov ed il filosofo Alexandr Dugin (da non dimenticare anche il cantante e chitarrista Egor Letov), fondatori negli Anni '90 del Partito Nazionalbolscevico in Russia, i quali, ispirandosi proprio al nazionalbolscevismo storico, hanno elaborato una critica al materialismo e al totalitarismo borghese, liberale, comunista e fascista e si sono posti quali guida di un movimento di sottoproletari e di giovani delusi dall'avvento del capitalismo assoluto nell'ex URSS, in chiave eurasiatista e multipolare, alternativa rispetto al blocco statunitense e capitalista.
"Pugni proletari e baionette prussiane" è dunque un saggio sul passato per comprendere anche alcuni aspetti storici e geopolitici del presente, scritto da un giovane studioso - David Bernardini - dottorato in Storia dell'Europa presso l'Università degli Studi di Teramo, che ha già all'attivo un saggio sull'anarchico Rudolf Rocker e collabora con la Rivista storica del socialismo, edita dalle stesse Biblion Edizioni.

Luca Bagatin

giovedì 27 settembre 2018

Superare la logica del profitto, del capitalismo, del consumismo, del materialismo nelle riflessioni di De Benoist, Pasolini e Limonov

"Allineandosi alla logica del profitto e alla società del mercato, sostituendo la cultura di massa alla cultura popolare, i partiti di sinistra hanno a loro volta tradito i princìpi fondatori del socialismo e deluso i loro militanti. Invece di fare autocritica, questa sinistra ha denunciato come "populisti" i tentativi del popolo di riprendere parola. Meglio ancora, si è scelta un popolo di ricambio scommettendo sugli immigrati senza vedere che questi ultimi costituiscono anzitutto le truppe di rincalzo del capitale e che sono soprattutto le classi popolari a soffrire di quelle patologie sociali generate da un’immigrazione massiva. Al contempo, si è propagato il nuovo ideale della governance. Questa nozione, la cui origine appartiene al mondo economico (corporate governance), si fonda sull’assunto secondo cui la politica è qualcosa di troppo complesso per essere lasciato al popolo: i princìpi della "buona governance" devono essere definiti da esperti, principalmente in termini di efficacia e reddito. Non è piu l’economia a dover essere messa a servizio dell’uomo, ma quest’ultimo ad adattarsi alle esigenze dell’economia, agli assiomi dell’interesse e alla logica del profitto. Nella misura in cui considera le frontiere come inesistenti, la governance conduce i popoli ad un corto circuito"
(Alain De Benoist)

"Il consumismo altro non è che una nuova forma totalitaria – in quanto del tutto totalizzante, in
quanto alienante fino al limite estremo della degradazione antropologica, o genocidio (Marx) – e che quindi la sua permissività è falsa: è la maschera della peggiore repressione mai esercitata dal potere sulle masse dei cittadini. Infatti (è la battuta di uno dei protagonisti del mio prossimo film, tratto da De Sade e ambientato nella Repubblica di Salò): “In una società dove tutto è proibito, si può fare tutto: in una società dove è permesso qualcosa si può fare solo quel qualcosa”".
"Noi ci troviamo alle origini di quella che sarà probabilmente la più brutta epoca della storia dell’uomo: l’epoca dell’alienazione industriale. [...] Il mondo si incammina per una strada orribile: il neocapitalismo illuministico e socialdemocratico, in realtà più duro e feroce che mai"
(Pier Paolo Pasolini)


L'Europa sta mentendo quando afferma che difende il Bene, la democrazia, i diritti degli uomini. L'Europa, infatti, sta uccidendo i paesi dissidenti, i diversi paesi, i diversi uomini. L'Europa persegue il bene con tutti i mezzi del male. L'Europa è in profonda crisi, in crisi di coscienza"
(Eduard Limonov)

Alain De Benoist: "Il populismo di sinistra, il populismo di destra, i fronti si muovono ..." (intervista di Nicolas Gauthier tratta da "Boulevard Voltaire" del 25 settembre 2018)

BOULEVARD VOLTAIRE: In Germania, il politico di estrema sinistra Sahra Wagenknecht ha recentemente fatto notizia annunciando la creazione di un movimento che richiede un controllo rigoroso dell'immigrazione. Questa iniziativa ha scatenato immediatamente grida di ostracismo su questo lato del Reno. Ti sembra aneddottico? 
ALAIN DE BENOIST: Assolutamente no. Penso anche che sia un evento molto importante. Non solo perché si svolge in Germania, che non ci ha abituato a questo tipo di iniziativa, ma data anche la personalità di Sahra Wagenkencht. Nata a Jena da padre iraniano e formazione marxista (è autrice di una tesi sull'interpretazione di Hegel del giovane Karl Marx), moglie per quattro anni del famoso politico di estrema sinistra Oskar Lafontaine, membro del Parlamento europeo, è anche vicepresidente del partito Die Linke, erede dell'ex SED della Germania orientale. Comprendiamo che il lancio, all'inizio del mese scorso, del suo nuovo movimento, Ausftehen ("Sollevarsi"), ha fatto rumore. Sono già registrati 100.000 membri di Die Linke.
Tuttavia, non dobbiamo fraintendere le sue intenzioni. Favorevole al diritto di asilo, soggetto ad un controllo molto rigoroso (i beneficiari dovranno rientrare nel loro paese non appena le circostanze che li hanno indotti a lasciarlo saranno scomparsi), condanna fermamente ogni politica di lassismo sulla base, in particolare, del fatto che le classi popolari sono ostili e che l'apertura delle frontiere sta esercitando una pressione al ribasso sui salari: "Il problema della povertà mondiale non può essere risolto dall'immigrazione senza frontiere, di cui l'unico effetto è quello di fornire manodopera a basso costo ai datori di lavoro".

BOULEVARD VOLTAIRE: Non è questo un tradimento dei principi della sinistra, al solo scopo di recuperare i voti dell'Alternativa per la Germania (AfD), che sembra imporsi come una forza in ascesa nel panorama politico tedesco? 
ALAIN DE BENOIST: Questo è ciò che un'analisi superficiale cerca di farci credere. Ma penso che Sahra Wagenknecht abbia compreso soprattutto che la causa principale del successo dell'AFD, che spiega anche perché il Rassemblement National è diventato il primo partito operaio in Francia, sia che la sinistra ha tradito la sua ragione d'essere: la difesa lavoratori e la lotta contro il capitale. Radunando la società di mercato e l'ideologia del "desiderio" individuale, la sinistra ha tagliato fuori le persone, le cui aspirazioni non condividono più. Da questo punto di vista, la nascita di Aufstehen non segna un tradimento dei principi della sinistra, ma piuttosto la ricomparsa di un socialismo fedele alle sue origini.
Fu presto dimenticato che Karl Marx già condannava la concorrenza sleale rappresentata dai lavoratori immigrati per il proletariato indigeno: l'immigrazione era, a suo avviso, "l'esercito di riserva del capitale". Negli anni '50, il Partito Comunista, denunciando allo stesso tempo la contraccezione e l'aborto come "vizi borghesi", non pensava diversamente: internazionalismo e cosmopolitismo non erano, a suo avviso, sinonimi. Jean-Claude Michéa ripete oggi: la globalizzazione non è altro che l'estensione globale di un capitalismo speculativo e deterritorializzato e il popolo ne paga il prezzo. Da non dimenticare anche le posizioni di André Gérin, ex sindaco comunista di Vénissieux ("L'immigrazione non è un'occasione per la Francia") o quelle del sindacalista comunista Jacques Nikonoff, ex presidente di ATTAC ("Dobbiamo fermare l'immigrazione e organizzare il ritorno su base volontaria") o, naturalmente, la lettera inviata nel 1981, in un momento in cui il FN era ancora un piccolo gruppo, da Georges Marchais al rettore dalla moschea di Parigi: "L'allerta è raggiunta. Faccio chiarezza: dobbiamo fermare l'immigrazione ufficiale e illegale".

BOULEVARD VOLTAIRE: Ciò solleva la questione se il populismo di sinistra sia possibile in Francia? 
ALAIN DE BENOIST: Una figura chiave a questo riguardo: secondo uno studio dell'IFOP dello scorso gennaio, il 51% degli elettori di Mélenchon ha rilevato che l'immigrazione si sta verificando in Francia ad un tasso troppo alto, rispetto a solo il 31% di quelli che hanno votato Emmanuel Macron. Uno su due! In realtà, non è un segreto che la France Insoumise abbia due elettorati molto diversi. Questo è il motivo per cui i progressisti libertari del tipo Danièle Obono o Clémentine Autain, e i sostenitori di un vero populismo di sinistra, stanno diventando sempre più bizzarri. Kuzmanovic, portavoce di FI per gli affari internazionali che rientra nella seconda categoria (ha corso come "candidato patriottico" nelle ultime elezioni legislative), ha recentemente rilasciato a L'Obs un'intervista in cui dichiarò che non era del tutto normale che la sinistra tenesse lo stesso discorso sull'immigrazione dei datori di lavoro. "La buona coscienza della sinistra", ha aggiunto, "ci impedisce di pensare concretamente a come rallentare o addirittura asciugare i flussi migratori". Jean-Luc Melenchon, il cui buon motivo credo ritenga che ciò nondimeno, ha pensato che fosse meglio disconoscerlo per paura delle conseguenze elettorali. Questo è, a mio avviso, un grande errore strategico.
È necessario leggere l'ultimo libro di Chantal Mouffe, Per un populismo di sinistra (Albin Michel), per capire la posta in gioco di questa lite. Mouffe era la moglie di Ernesto Laclau, argentino filosofo politico che è morto qualche anno fa, che è stato proprio il grande teorico del populismo di sinistra (che gli è valso attacchi congiunti dalla destra e dalla sinistra classica). Molto influenzata dal pensiero di Carl Schmitt, lei stessa ha avuto una chiara influenza su Mélenchon e alcuni dirigenti Podemos in Spagna. L'iniziativa di Sahra Wagenkencht deve essere collocata in questo contesto, così come è il turno dei socialdemocratici danesi, che ora si oppongono all'immigrazione. È la conferma che i fronti si muovono.


sabato 22 settembre 2018

Manifestazione comunista in Russia contro l'aumento dell'età pensionabile e l'austerità liberal-capitalista. Articolo di Luca Bagatin

Ennesima manifestazione di protesta a Mosca, sabato 22 settembre, giudata dal Partito Comunista della Federazione Russa (KPFR) di Gennady Zjuganov, contro l'aumento dell'Iva (dal 18% al 20%) e dell'età pensionabile imposte dal governo Putin-Medvedev: da 55 a 60 anni per le donne e da 60 a 65 per gli uomini.
Ennesima manifestazione di cui la gran parte dei media europei sembra non parlare, in quanto forse occorrerebbe ammettere che, ciò che sta avvenendo in Russia, non è dissimile da quanto accaduto nei Paesi europei e nei liberisti USA in questi anni (attuate tanto da governi di destra quanto da governi di sinistra): misure di austerità, tagli ai servizi pubblici, aumento dell'Iva, innalzamento dell'età pensionabile, liberalizzazioni selvagge, tutto a scapito dei rispettivi popoli e tutto imposto dalle politiche liberal-capitaliste del Fondo Monetario Internazionale, non a caso rifiutate e contrastate in tutti questi anni dai Paesi socialisti dell'America Latina (Cuba, Nicaragua, Venezuela, Bolivia, Uruguay in primis), invisi agli USA.
Nella Federazione Russa, alle amministrative del 9 settembre scorso, il Partito Comunista di Zjuganov ha visto aumentare e finanche raddoppiare i suoi consensi, confermandosi il maggior partito di opposizione al liberal-capitalismo putiniano e l'unico in grado di sconfiggerlo e di contenere pericolose derive d'estrema destra.
Un grande insegnamento anche per l'Europa e forse anche per gli USA. Una Europa che deve decidere se proseguire nell'austerità imposta dal liberal-capitalismo - di destra e sinistra - oppure ricercare una via socialista autentica, che riporti al centro gli esseri umani, i precari, i disoccupati, gli anziani, i bambini, le donne. Emancipandoli e garantendo loro un presente e un futuro dignitoso e di pace sociale.

Luca Bagatin

giovedì 20 settembre 2018

L'assalto alla diligenza di Cavallo Pazzo al XX secolo Mario Appignani. Un ex ragazzo all'inferno, oggi in Paradiso. Articolo di Luca Bagatin

"Mamma, mi ammazzano !" queste le ultime parole di Pier Paolo Pasolini prima di essere barbaramente ucciso all'Idroscalo di Ostia quel tragico 2 novembre 1975.
Il cantore dell'innocenza, il fustigatore della società dello spettacolo e dei consumi, il profeta contro il capitalismo assoluto, il poeta, non c'era più.
Quel poeta che fu, per Cavallo Pazzo, al XX secolo Mario Appignani, un padre ideale.
Di Mario scrissi in un mio lungo articolo, nel maggio 2015 (http://amoreeliberta.blogspot.com/2015/05/in-ricordo-di-mario-appignani-un.html), pubblicato anche dal quotidiano nazionale "L'Opinione", quando ancora vi scrivevo, raccontandone la straziante vicenda giovanile. Figlio di Tina, una prostituta, vivrà sin quasi alla maggiore età negli istituti-lager dell'Opera Nazionale Maternità e Infanzia (OMNI), seviziato e torturato, come tutti i bambini orfani della sua generazione affidati a quelle assai poco amorevoli cure statali, retaggio del regime clericofascista.
Istituti che proprio lui, grazie al libro denuncia "Un ragazzo all'inferno", contribuirà - nel 1975, a far chiudere, facendo arrestare la suora-aguzzina Diletta Pagliuca.
Quello fu, possiamo dirlo, il suo primo e coraggioso atto politico.
Tutta la vita di Mario Appignani fu, nei fatti, una manifestazione politica vissuta in prima persona.
E la sua vicenda è raccontata dal suo amico e compagno militante di sempre, ovvero Marco Erler detto "Nuvola Rossa", che ha dato alle stampe per la Armando Curcio Editore una riedizione cresciuta di due capitoli, considerata definitiva dall'autore - con tanto di fotografie - del suo romanzo biografico "Assalto alla Diligenza", con prefazioni e ricordi di Lucia Visca, Carlo Caracciolo, Renato Nicolini, Marco Grispigni, Nicola Caracciolo e postfazioni di Massimo Tosti e Tinto Brass.
Ringrazio Marco Erler per avermi regalato questo suo romanzo, che è un documento preziosissimo per chiunque volesse conoscere meglio la storia politica, umana e controculturale di Cavallo Pazzo, romano, classe 1954, leader degli Indiani Metropolitani di Roma o, meglio, di Piazza Navona.
"Assalto alla Diligenza" è peraltro uno spaccato di Storia patria che va dalla metà degli Anni '70 alla metà degli Anni '90. Dagli Anni della Contestazione agli Anni di Fango, per cosi dire.
E' la storia di Cavallo Pazzo e Nuvola Rossa, più giovane di lui di soli quattro anni, i due indiani che assaltano la diligenza del Potere e lo fanno con tutta la passione del loro essere neanche maggiorenni e proseguiranno negli anni a venire, con nel cuore D'Annunzio, Garibaldi e quel loro immortale maestro: Pier Paolo Pasolini.
E' il settembre 1973 quando i due si conoscono, casualmente, al funerale di Anna Magnani. Mario, appena diciottenne, è elegantissimo, con un mazzo di rose rosse in mano. Marco, invece, ha marinato la scuola, la quinta ginnasio. E' un minorenne timido, di estrazione borghese, a differenza di Mario. Mario gli offre un superalcolico e da quel giorno, i due, diverranno inseparabili per i successivi ventitrè anni, sino alla prematura morte di Mario, a soli quarantun anni.
Mario bazzica il Partito Radicale di Marco Pannella, il quale gli scrisse anche la prefazione al suo "Un ragazzo all'inferno" e fa subito in modo di coinvolgere Marco - allora appena sulla soglia degli ambienti della Federazione Giovanile Comunista, pur di estrazione borghese, di cui non era affatto entusiasta - in quel caravanserraglio colorato e anticonformista, almeno in apparenza, che pur già da subito sembra mal sopportare l'esuberanza e l'attivismo di Mario Appignani.
Mario cerca nelle persone amore, comprensione e amicizia incondizionate, offrendo tutto ciò a sua volta, con grande spontaneità, forse proprio perché gli sono mancate da bambino, quando era legato al letto e, come i suoi compagni d'orfanotrofio, costretto a urinarsi e defecarsi addosso, spesso senza lenzuola e coperte. E' con questo spirito che coinvolge Marco nella sua prima impresa, ovvero quella di preparare il pranzo, con dei panini farciti, per i barboni che sono riuniti a congresso a Roma e lo fa spendendo tutto ciò che ha a disposizione. Successivamente, gli presenta il poeta Dario Bellezza, che vede in Appignani un italico Genet, come amico diverrà di Pasolini, considerandolo da sempre un maestro e un padre.
I due, Mario e Marco, daranno dunque vita, nel 1977, alla più esplosiva e intrisa di ironia corrosiva tribù di Indiani Metropolitani d'Italia, prendendo i nomi, rispettivamente di "Cavallo Pazzo" e "Nuvola Rossa", guidando la contestazione a Luciano Lama alla Sapienza di Roma; ispirandosi alla Beat Generation di Kerouac, Burroughs e Ginsberg, al situazionismo di Guy Debord, al futurismo di Marinetti e al fiumanesimo dannunziano; raggruppando un popolo colorato di figli dei fiori, animalisti, buddisti, coniando slogan dissacranti - anche nei confronti dei sessantottini e dei radical chic - quanto buffi (fra i più celebri "Sarà un risotto che vi seppellirà"); proponendo la costruzione di un laghetto dei cigni al posto dell'Altare della Patria, la legalizzazione della cannabis, oltre che guidando le manifestazioni antinucleariste a Montalto di Castro. Forme di contestazioni nonviolente e libertarie in un'epoca che stava scivolando verso il terrorismo degli Anni di Piombo. Forme che affascineranno persino alcuni militanti più libertari della destra, fra i quali l'amico Luciano Lanna, oggi noto giornalista.
Forme di contestazione che Cavallo Pazzo e Nuvola Rossa proseguiranno anche alla Mostra del Cinema di Venezia, con incursioni fuori programma atte a contestare l'americanizzazione del cinema, con tanto di vilipendio alla bandiera degli USA, che costerà a Cavallo Pazzo-Appignani, a soli 25 anni, il suo primo arresto.
Ma quelle contestazioni saranno rivolte via via anche contro il Partito Radicale, dal quale Cavallo Pazzo e Nuvola Rossa, dopo sei anni di militanza, usciranno sdegnati ravvisandone cinismo e poco interesse per le tematiche riguardanti gli emarginati e la lotta al Potere.
Appignani, in un intervento fiume nel Congresso radicale di Genova del 1979, pur molto contestato dalla presidenza e dalla platea, denuncerà presunti ammanchi di bilancio da parte del gruppo parlamentare radicale, nonché il problema dell'eroina - di cui egli stesso era vittima - proponendo la somministrazione controllata della stessa. E ciò anticipando i tempi di almeno vent'anni sull'esperimento svizzero in tal senso. Mentre Marco, a sua volta, propone il MANTRA (Movimento Alternativo Normative Tossicodipendenze Radicali Associati), ovvero il primo movimento federativo radicale antiproibizionista, precedente e alternativo rispetto al nascente movimento antiproibizionista di Taradash.
Ma molte, moltissime altre furono le "irruzioni" giovanili di Cavallo Pazzo sulla scena pubblica, raccontate nel romanzo biografico di Erler: dallo schiaffo ad Alberto Moravia sino allo "smascheramento" di Gandalf il Viola (personaggio che Cavallo Pazzo - alla presenza di un giovanissimo Massimo d'Alema - non riconoscerà come Indiano Metropolitano); passando per quella al teatro Caio Melisso per contestare la rappresentazione de "Il lebbroso" di Giancarlo Menotti, nel quale Appignani apparve in scena nei panni del lebbroso, sino a quella in cui - ventenne - si finse per alcuni mesi un insegnante, a Spoleto.
Le capacità camaleontiche e di travestimento di Cavallo Pazzo, atte a suscitare scandalo, erano davvero impressionanti, ma tutte avevano lo scopo di contestare il Potere costituito o di denunciare il malaffare, sino a quelle più celebri nelle quali, pochi anni prima di morire, negli Anni '90, arrivò a togliere il microfono a Pippo Baudo in diretta tv alla consegna dei Leoni d'oro alla 48esima Mostra internazionale del Cinema di Venezia e, successivamente, al Festival di Sanremo del 1992, nella quale dichiarò chi lo avrebbe vinto.
Per finire, nel 1994, già malato di tumore, invase per l'ennesima volta - da tifoso sfegatato della Roma - lo Stadio Olimpico per denunciare il malaffare nel mondo del calcio.
Per anni e anni queste sue incursioni gli costeranno continue entrate e uscite dagli istituti carcerari. Nel romanzo biografico di Erler sono infatti contenuti molti dei suoi scritti e lettere ai politici provenienti proprio dal carcere di Rebibbia e fatti recapitare all'amico di sempre. Nei suoi scritti denuncia le condizioni inumane del sistema carcerario e giudiziario e, negli anni della falsa rivoluzione di Tangentopoli, esprime vicinanza e profonda commozione per i tristi suicidi di Gabriele Cagliari e Sergio Moroni e difenderà sempre a spada tratta quella Prima Repubblica che il ciclone di Tangentopoli spazzerà via per sempre, colpendo in particolare quel Bettino Craxi che sempre sarà amico di Cavallo Pazzo e sempre avrà una parola buona per lui, finanche dal suo esilio di Hammamet.
E proprio ad Hammamet Marco Erler si recherà - nel 1994 - nel periodo della malattia di Mario, per tentare in extremis di convincere Craxi a pagare un trapianto di fegato che potesse salvare la vita al suo amico. Craxi si adopererà in tal senso, pur non avendo grande possiblità di manovra, per ragioni contingenti. Un ex potente, per così dire, che pur aveva saputo essere amico di un emarginato, di un beatnik, di un figlio di una prostituta e contestatore integrale, ma intellettualmente onesto, come Mario Appignani. E di questo Appignani gli fu sempre riconoscente, tanto che negli anni - dopo la parentesi radicale - si era avvicinato al Partito Socialista Italiano.
Questo era Cavallo Pazzo-Mario Appignani. Un ragazzo che ha conosciuto la disperazione e è diventato un uomo, meritando di essere ricordato con un nome di battaglia legato ai Nativi d'America e che, il giorno prima di morire (il 13 aprile 1996), in ospedale, farà festa ballando a perdifiato con le sue infermiere preferite.
Un ragazzo, Mario Appignani, che, catapultato dall'inferno, oggi abita in Paradiso.

Luca Bagatin

lunedì 17 settembre 2018

Riflessioni brevi di Luca Bagatin sul momento presente (settembre 2018)

Non vedo differenze fra ammiratori dell'Unione Europea, ammiratori degli USA e ammiratori di Putin.
Il perché l'ho scritto in innumerevoli articoli.
Chi è anticapitalista, populista nel senso originario del termine e socialista, non può che stare da un'altra parte.
Da quella dei popoli e dei poveri.
Dalla parte dell'Amore e della Libertà.


I ricchi e gli arricchiti non hanno una patria, non hanno un sentimento d'amore, non hanno valori spirituali. A loro è sufficiente guadagnare.
Il loro unico valore è il danaro e il potere.
Non godono, in generale, della mia simpatia.


I cosiddetti "social" sono l'esatto opposto dell'approfondimento.
Pensavamo che internet sarebbe stato una alternativa alla televisione.
Sbagliavamo. Ne è la prosecuzione.



La retorica televisiva è assai poco stimolante e non produce idee nuove, processi mentali originali atti a solleticare l'appetito intellettuale delle persone. Così la retorica da "social" - che di sociale non ha nulla - appare come un continuo ripetersi di slogan proferiti dai media. Privi di una base ideale frutto dello studio costante e/o dell'approfondimento. In questo senso il "social" diviene il nuovo luogo comune per eccellenza, che, anziché stimolare il dubbio, stuzzica lo sterile livore di colui il quale ritiene di avere la verità in tasca. Una verità spesso vuota e frutto di idee inculcate dai media o dalla retorica comune.

(Luca Bagatin)

giovedì 13 settembre 2018

"Bellezza che rifiorisce". Poesia di Luca Bagatin

Bellezza femminile.
Essa non passa
Con il passare degli anni.
Non sfiorisce.
Non svanisce.
Sempre rapisce.
Il mio cuore
Infranto.
Infranto dalle troppe
Passate delusioni.
Non vedo presente.
Ma non è questo che m'importa.
Tu, Musa
Illuminazione Celata
Illuminazione nascosta ma,
Mai morta
Che ancora il mio cuore
Riesci a schiudere
Facendomi respirare amore.
Sei lì presente
Sei lì vivente
Sei lì a ricordarmi
A ricordarmi di amarmi
E di amarti.

Luca Bagatin