sabato 31 gennaio 2026

Nuovi atti di coercizione e aggressione da parte degli USA contro Cuba. Articolo di Luca Bagatin

 

Il Presidente di Cuba, Miguel Diaz-Canel, ha denunciato la nuova escalation di aggressione da parte del regime statunitense contro l'Isola caraibica.

Gli USA hanno infatti imposto dazi punitivi a qualsiasi Paese venda petrolio a Cuba.

Il Presidente Diaz-Canel ha affermato che, tale ennesima misura contro Cuba, è volta a strangolare l'economia dell'Isola attraverso falsi pretesti e unicamente a beneficio di interessi politici e economici della “cricca” che si è arricchita facendo politica contro il popolo cubano.

Su X, in particolare, il Presidente Diaz-Canel ha scritto: “Il Segretario di Stato e i suoi compari non hanno forse affermato che il blocco non esisteva? Dove sono quelli che ci annoiano con le loro false storie sul fatto che si tratti di un semplice 'embargo commerciale bilaterale'?”.

Trump ha giustificato l'ennesimo atto di coercizione contro Cuba parlando di “influenza maligna” de L'Avana e di rischio per la “sicurezza nazionale” degli Stati Uniti d'America.

Stesso ridicolo pretesto che Trump ha usato per attaccare il Venezuela e rapire, illegalmente, il suo legittimo Presidente, Nicolas Maduro, assieme alla moglie, Cilia Flores, accusandolo ingiustamente di narcotraffico.

Sono peraltro sei decenni che, gli USA, hanno imposto a Cuba un embargo di natura economica, commerciale e finanziaria, i cui effetti hanno avuto ripercussioni devastanti sulla popolazione.

E anche il Ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodriguez, ha parlato di “brutale atto di aggressione contro il popolo cubano”, che rivela la “vera natura delle vessazioni imperialiste”.

La Repubblica Popolare Cinese, attraverso il portavoce del Ministero degli Esteri, Guo Jakun, ha affermato che la Cina “sostiene fermamente Cuba nella difesa della sua sovranità e sicurezza nazionale” e “si oppone fermamente a qualsiasi azione e pratica disumana che privi il popolo cubano del suo diritto alla sussistenza e allo sviluppo”.

La Repubblica Popolare Cinese, peraltro, in tutti questi anni ha inviato, anche di recente, aiuti umanitari a Cuba e ha mantenuto con essa rapporti di cooperazione commerciale e finanziaria.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

venerdì 30 gennaio 2026

La Presidente socialista ad interim, Delcy Rodriguez, gradita dal 79% dei venezuelani. Articolo di Luca Bagatin

 

Secondo un sondaggio condotto dall'istituto Hinterlaces, la Presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodriguez, avrebbe un indice di gradimento, da parte della popolazione, del 79% e fra i cittadini che si definiscono “chavisti”, ovvero sostenitori della corrente socialista fondata dal compianto Presidente Hugo Chavez, il sostegno alla Presidente sarebbe pari al 92%.

Il 91% degli intervistati ritiene, peraltro, che sia necessario sostenere la Presidente Rodriguez, al fine di garantire la stabilità del Paese.

Lo stesso sondaggio rileva come il 95% degli intervistati abbia espresso condanna per l'azione militare statunitense contro il Venezuela e, l'84% degli intervistati, ritiene di avere la capacità necessaria per superare gli ostacoli di fronte alle avversità.

Il sondaggio è stato condotto intervistando circa 1.200 cittadini residenti in Venezuela nel corso del mese di gennaio.

Delcy Rodriguez, 56 anni, avvocato, è figlia del rivoluzionario Jorge Antonio Rodriguez, fondatore della Lega Socialista, morto nel 1976 a soli 34 anni a causa delle torture subite dai servizi di sicurezza venezuelani dell'epoca.

Membro della direzione nazionale del Partito Socialista Unito del Venezuela, Delcy Rodriguez iniziò la sua carriera politica nel 2002, rivendicando l'eredità politica socialista di suo padre e sostenendo il Presidente socialista Hugo Chavez, il quale - in quell'anno - subì il suo primo tentativo di golpe, sostenuto dagli USA e guidato dall'imprenditore Pedro Carmona Estanga.

Con Chavez fu nominata Ministro per gli Affari Presidenziali nel 2006 e, nel 2014, fu nominata dal Presidente Nicolas Maduro Ministro degli Affari Esteri, carica che ricoprì fino al 2017. Dal 2017 al 2018 fu Presidente dell'Assemblea Nazionale Costituente e, successivamente, fu nominata Vicepresidente del Venezuela.

Leale alla Rivoluzione Bolivariana, ispirata agli ideali di Simon Bolivar, il Giuseppe Garibaldi dell'America Latina, ovvero alla difesa di giustizia sociale, sovranità nazionale e indipendenza economica, Delcy Rodriguez, da Presidente ad interim, dopo l'attacco statunitense e il rapimento del Presidente Nicolas Maduro e di sua moglie, Cilia Flores, lo scorso 3 gennaio, da parte del regime di Donald Trump, ha giurato di difendere il Venezuela dai suoi nemici esterni.

In tal senso ha annunciato la creazione di un Ufficio Nazionale per la Difesa e la Sicurezza Informatica, al fine di proteggere lo spazio digitale del Paese da attacchi tecnologici come quelli usati dalle stesse autorità statunitensi.

La Presidente ha anche annunciato la necessità di rafforzare la giustizia sociale e in particolare il comparto sanitario, oltre a riaffermare la sovranità delle risorse energetiche del Venezuela, attraverso una legge di riforma degli idrocarburi, votata anche dalle opposizioni.

Le entrate relative alla vendita di idrocarburi saranno investite, oltre che nella modernizzazione del settore energetico, anche in implementazione dell'istruzione e dell'assistenza sanitaria pubblica e in aumenti salariali.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

mercoledì 28 gennaio 2026

Colloqui fruttuosi fra Xi Jinping e Lula per rafforzare gli accordi bilaterali e salvaguardare pace e stabilità latinoamericana e globale. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 23 gennaio scorso si è svolto un fruttuoso colloquio telefonico fra il Presidente della Repubblica Popolare Cinese - Xi Jinping - e il Presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva.

Perfetta unità di vedute fra i due leader socialisti, i quali, a partire dal 2024, come sottolineato da Xi, hanno elevato le relazioni bilaterali fra i due Paesi, trovandosi concordi sulla costruzione di un mondo più giusto e un pianeta più sostenibile.

I due Paesi sono peraltro entrambi importanti membri del Sud del mondo e sono impegnati nel sostenere pace e stabilità globali, giustizia internazionale e equità, combattendo ogni forma di bullismo unilaterale e neo-colonialismo.

Il Presidente Lula si è detto concorde nel rafforzare, assieme alla Cina, il multilateralismo e il libero scambio e, data la preoccupante situazione internazionale, che vede sistematiche violazioni del diritto internazionale da parte degli Stati Uniti d'America, culminate con l'illegale rapimento del Presidente del Venezuela Nicolas Maduro e di sua moglie, Cilia Flores e le continue minacce alla sovranità di Cuba, Messico e Colombia, intende collaborare strettamente con la Repubblica Popolare Cinese per difendere l'autorità delle Nazioni Unite, rafforzare la cooperazione fra i Paesi BRICS e salvaguardare pace e stabilità nella regione dell'America Latina e a livello globale.

E, nel frattempo, anche la Gran Bretagna di Starmer, dopo Canada e Finlandia, riallaccia i rapporti con Pechino, dopo i continui atti di bullismo protezionistico e geopolitico di Trump.

Alla fine, chissà, anche in Europa, forse, prevarrà il buonsenso e il pragmatismo, fondati su cooperazione, sviluppo e dialogo, rispetto alle sciocche e ideologiche logiche da Guerra Fredda fuori tempo massimo e rincorse da sempre, purtroppo, dagli USA e da chi va loro irresponsabilmente dietro.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

Le contraddizioni dell’Unione Europea in Africa e le proposte fattive e realistiche dei Brics. Articolo del prof. Giancarlo Elia Valori

 

La marginalizzazione dell’Unione Europea e dei Paesi europei in Africa ha cause recenti. In questo Continente ricco di risorse e in piena crescita demografica, le grandi potenze si contendono le opportunità di cooperazione più vantaggiose.
Le relazioni tra l’UE ed alcuni Paesi dell’Africa mediterranea e, di conseguenza, i Paesi del Maghreb e dell’Africa subsahariana (regione del Sahel) rivelano complessi cambiamenti geopolitici e diplomatici. Quali sono le cause profonde della frattura tra l’UE e alcuni Paesi africani? Quali errori ha commesso l’UE? Quale impatto hanno avuto questi errori sulle loro interazioni? Nel mondo odierno, in rapida evoluzione e attraversato da crisi, quali aggiustamenti geopolitici e diplomatici sono necessari per superare queste fratture e rivitalizzare la cooperazione?
A detta di Omar al-Bah – professore presso il Centro di Parigi per la diplomazia e gli studi strategici, e consigliere delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana – i tre principali errori commessi dall’UE in Africa e il loro impatto sulle relazioni diplomatiche e strategiche bilaterali sono: l’intervento della NATO in Libia sostenuto dall’UE; l’ambiguità dell’UE sulla questione del Sahara; e i doppi standard dell’UE; e la questione relativa alle tradizioni africane che gli Occidentali vorrebbero cancellare in nome di una “modernizzazione” della moralità.
I bombardamenti della NATO sulla Libia hanno superato l’ambito dell’autorizzazione della Risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (17 marzo 2011). Tale risoluzione prevedeva solo una no-fly zone e non autorizzava l’uso della forza contro la Libia. Tuttavia, i Paesi occidentali hanno utilizzato questa autorizzazione per affermare all’opinione pubblica internazionale che la NATO aveva il mandato ONU di rovesciare il regime libico, colpire Gheddafi e distruggere la Libia. Tutto ciò sembrava essere a sostegno dei ribelli “pro-democrazia” che sostenevano una Libia “moderna e progressista”. Tuttavia, dal 2011, la Libia è afflitta da una guerra civile e non ha una guida governativa unitaria e universalmente accettata. Nel 2020, la Libia rimaneva divisa in tre distinte regioni ostili l’un l’altra.
Questa divisione tripartita indica che ci sono tre governi: a) governo di unità nazionale a Tripoli: guidato dal primo ministro Abdul Hamid Dbeibah: controlla la capitale e l’ovest del Paese, sostenuto dalla comunità internazionale e dalla Turchia; b) governo di Bengasi/Est: diretto dal primo ministro Osama Hammad, supportato dal parlamento (Camera dei Rappresentanti) con sede a Tobruch e controllato dal gen. Khalifa Haftar e dal suo Esercito Nazionale Libico; c) Alto Consiglio di Stato: un organo consultivo con sede a Tripoli che, sebbene non sia un governo esecutivo indipendente, svolge un ruolo cruciale nelle negoziazioni politiche e si contrappone al parlamento di Tobruch. Oltre al fatto che ci sono zone grigie dominate da milizie armate: forze con intrinseche caratteristiche terroristiche che propugnano uno Stato teocratico in Libia.
Tale situazione mina gravemente il processo di ricostruzione nazionale, interrompe un dialogo nazionale inclusivo e sostenibile, ostacola lo svolgimento di elezioni regolari e impedisce le riforme strutturali volte a promuovere una ripresa di alta qualità dalla crisi e a raggiungere la rivitalizzazione nazionale postbellica.
L’errore che ne è derivato risiede nel fatto che i Paesi occidentali hanno scelto una strada interventista ideologicamente motivata e apparentemente benevola: l’uso della forza contro uno Stato sovrano nel contesto della “primavera araba”, ignorando le riserve sollevate dall’Unione Africana. L’UA aveva chiaramente sostenuto una risoluzione pacifica della crisi attraverso meccanismi di mediazione guidati dall’Africa.
L’incapacità dell’Occidente e dell’UE di proporre una chiara soluzione postbellica ha costituito un errore fondamentale, che va oltre la mera violazione degli articoli 2(3) e 4 della Carta delle Nazioni Unite. La maggior parte delle voci a sostegno dell’intervento invocava la cosiddetta “responsabilità di proteggere”, considerandola uno strumento per minare sia la sovranità della Libia che il principio di non ingerenza negli affari interni.
In effetti, sia a livello macroeconomico che microeconomico, la situazione della Libia sotto Gheddafi era di gran lunga migliore di quella attuale. D’altro canto, il Consiglio Nazionale di Transizione, salito al potere dopo la Guida Suprema, non è mai riuscito a chiarire la destinazione finale dei beni finanziari libici congelati e confiscati a livello globale. Si stima che questi beni, principalmente localizzati negli Stati Uniti d’America e nell’UE, ammontino a un valore compreso tra 100 e 160 miliardi di dollari.
Il crollo della Libia ha avuto un impatto negativo anche sul processo di integrazione monetaria panafricana promosso dall’UA, ha ostacolato significativamente il lancio di una moneta unica africana (l’Eco per la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale) che è stato posticipato al 2027 a causa di ostacoli economici e politici. Mentre alcune iniziative collegano l’integrazione monetaria a lungo termine all’Agenda 2063 dell’UA, la data del 2027 rimane l’obiettivo attuale per l’Africa occidentale.
Di fatto, l’UA inizialmente ha fatto molto affidamento sul consistente sostegno finanziario della Libia per avviare il processo di unificazione monetaria nel quadro dell’Area di Libero Scambio Continentale Africana (AfCFTA, African Continental Free Trade Area). L’AfCFTA è il più grande accordo di libero scambio al mondo per numero di Paesi coinvolti, attivo dal 1° gennaio 2021. Promosso dall’UA, mira a creare un mercato unico per 54 Stati (tranne l’Eritrea), eliminando il 90% dei dazi doganali per incrementare il commercio intra-africano, industrializzare il Continente e facilitare la circolazione di merci e servizi. Ciò in linea con la teoria dell’economista canadese Robert Mundell sulle aree valutarie ottimali e il loro impatto positivo sulla mobilità del lavoro, nonché con la visione generale del XXXVIII Vertice dei Capi di Stato e di Governo dell’UA tenutosi ad Addis Abeba nel febbraio 2025.
Il secondo errore riguarda la posizione ambigua dell’UE sulla Repubblica Araba Democratica del Sahara. Esso è stato ed è un gioco strategico basato sul cosiddetto equilibrio fra il Regno del Marocco, la predetta RADS e la Repubblica Democratica Popolare dell’Algeria.
Cambiamenti di posizione complessi e sottili sono comuni nella politica estera dell’UE. Il 4 ottobre 2024, la Corte di giustizia europea ha emesso tre sentenze che impongono agli Stati membri di garantire il rispetto dei diritti sui beni e servizi originari della RADS nell’attuazione di due accordi commerciali firmati con il Regno del Marocco. Lo stesso giorno, il Ministero francese dell’Europa e degli Affari Esteri ha rilasciato una dichiarazione in cui ribadisce i principi fondamentali della politica estera francese nella regione del Maghreb. La Francia ha dichiarato di non commentare mai le sentenze giudiziarie, ma allo stesso tempo ha ribadito che il presidente e il governo francesi danno sempre priorità al “partenariato strategico speciale” tra Francia e Marocco al di là dell’UE.
Per cui questa posizione diplomatica, parallela alle sentenze della Corte di giustizia europea, ha creato una significativa tensione tra lo Stato di diritto dell’UE e gli interessi nazionali francesi a livello diplomatico, economico, finanziario e persino strategico e storico (al tempo del colonialismo diretto l’attuale RADS era il Sahara spagnolo). La contraddizione non solo non è riuscita a placare le emozioni delle parti coinvolte nella regione del Màghreb, ma non è nemmeno riuscita a chiarire in modo sostanziale la vera posizione di Bruxelles su questa delicata questione. Per rafforzare la credibilità e coordinare le posizioni diplomatiche e strategiche, l’UE avrebbe dovuto dimostrare maggiore coerenza.
Nel frattempo, l’UE si trova intrappolata tra due principi sulla questione della RADS: da un lato, il sostegno dell’Algeria al diritto all’autodeterminazione del popolo della RADS; dall’altro, la rivendicazione di sovranità del Marocco su alcuni territori della RADS (già membro dell’ex Organizzazione dell’Unità Africana dal 1982 e oggi membro dell’UA) basata sul principio di inviolabilità delle frontiere. Il Marocco propone di concedere l’autonomia alla regione entro quelli che Rabat stabilisce siano i suoi “confini naturali”, sottolineandone la priorità storica e geografica. La posizione alquanto parziale del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nei confronti dell’approccio marocchino potrebbe offrire all’UE un’opportunità per ridefinire la propria posizione diplomatica.
Il terzo errore ha a che fare coi doppi standard dell’UE in nome della democrazia, dello Stato di diritto, della moralità, del buon governo e dei diritti umani. Nella maggior parte dei Paesi del Màghreb e dell’Africa subsahariana, l’UE, come altri attori occidentali, spesso privilegia l’appello a questi concetti ideologici per giustificare il proprio intervento negli affari interni dei Paesi africani, imponendo sanzioni o condizioni. Questi discorsi hanno spesso un tono condiscendente e “civile” mirando a indebolire regimi ed élite disobbedienti, favorendo così la creazione di deleghe e salvaguardando i propri interessi strategici. Questa pratica ha suscitato diffuse critiche ai doppi standard dell’UE in Africa.
Nonostante l’UE abbia ripetutamente sottolineato il suo fermo impegno nei confronti di questi valori, affermando che il suo obiettivo è quello di sostenere “valori universali” come la pace, la sicurezza, la stabilità, lo Stato di diritto, la moralità, il buon governo, la lotta alla corruzione, i diritti umani e blablablà, la frattura tra l’UE e l’Africa persiste.
La frattura è particolarmente pronunciata nella regione del Sahel. Gli interventi di sicurezza dell’UE e della comunità internazionale, come la i) Task Force Takuba dell’UE dal 2021 (strumento ideato da Macron per coinvolgere l’Europa nel Sahel, dove le forze francesi stentano a mantenere la stabilità del territorio; e va detto pure che – nonostante si fossero inizialmente dichiarati favorevoli all’iniziativa francese – non tutti gli undici Paesi firmatari della dichiarazione di adesione hanno inviato unità operative sul terreno, mentre uno di essi, la Germania, ha rifiutato ben due volte la richiesta francese); ii) il G5 Sahel (quadro di cooperazione intergovernativa istituito nel 2014 da Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger per affrontare sfide comuni di sicurezza e sviluppo) e iii) la Missione Multidimensionale Integrata delle Nazioni Unite per la Stabilizzazione in Mali, non sono riusciti a sradicare completamente il terrorismo e la criminalità transnazionale. Anche con il ritiro delle truppe straniere, queste minacce persistono. Mentre i soldati francesi ed europei sono riusciti a fermare l’avanzata delle forze giadiste in alcune aree, il mancato raggiungimento di un obiettivo decisivo ha ulteriormente esacerbato le incomprensioni tra Francia, UE e l’Associazione degli Stati del Sahel, spingendo quest’ultima verso Mosca, Pechino e il sistema BRICS. Questo cambiamento geopolitico rappresenta una sfida diplomatica estremamente difficile per l’UE e la Francia.
Inoltre va sottolineato che il meccanismo di pattugliamento anti-migranti Frontex dell’UE (Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera con sede a Varsavia) e la sua pressione diplomatica e strategica sui Paesi di transito del Màghreb e sui Paesi di partenza africani hanno ulteriormente esacerbato le tensioni tra l’UE e l’Africa. Le rotte marittime del Mediterraneo e dell’Atlantico sono diventate canali di immigrazione illegale, causando migliaia di morti ogni anno. Ciò non solo innesca attriti tra i Paesi costieri meridionali dell’UE e i Paesi di destinazione settentrionali, ma aggrava anche i conflitti con il Màghreb e l’Africa nel suo complesso.
Molti africani ritengono che l’UE sfrutti le risorse naturali dell’Africa rifiutandosi di fornire canali legali per la migrazione africana. Allo stesso tempo, l’UE si trova ad affrontare la pressione dell’ascesa del nazionalismo anti-immigrati di estrema destra, che sfrutta i cambiamenti demografici, gli abusi del welfare e la “teoria della sostituzione demografica” per creare panico e dipingere la migrazione come una minaccia. Questa retorica è spesso esagerata nel contesto di una realtà complessa e interdipendente.
Inoltre altro errore è il discorso occidentale sul genere e le sue diverse forme, che ha incontrato una forte resistenza da parte dei valori tradizionali, religiosi e culturali in Africa e nel Sud del mondo. Ciò sottolinea l’importanza del rispetto dell’identità e delle usanze nelle relazioni internazionali per preservare la diversità dei Paesi e degli Stati nazionali.
L’UE è ben noto sia un importante partner strategico per l’Africa, e viceversa. Tuttavia, le frequenti fratture nelle relazioni riflettono l’inadeguatezza dell’UE nell’adattare la propria politica estera ai cambiamenti nelle élite africane, nell’opinione pubblica e nel sistema internazionale multipolare. Queste linee di frattura geopolitiche dovrebbero indurre entrambe le parti a ripensare i propri modelli di interazione multistrato basati sul rispetto reciproco.
L’Africa sostiene i principi di uguaglianza tra gli Stati, rispetto della sovranità e non ingerenza negli affari interni, evitando al contempo la sostituzione di un’egemonia con un’altra, mantenendo così una vera autonomia strategica. Ed infatti solo preservando il non-allineamento, la resilienza e l’iniziativa, l’Africa può promuovere più efficacemente le agende globali, quali la riorganizzazione del sistema economico e finanziario globale, e la riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite basata sull’Ezulwini Consensus, ossia la posizione comune dell’UA adottata nel 2005 per la riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, mirata a correggere l’ingiustizia storica della mancata rappresentanza africana: chiede almeno due seggi permanenti (con diritto di veto) e cinque seggi non permanenti per l’Africa, lasciando il resto immutato.
In tale processo, l’UE rimane pur un partner indispensabile per l’Africa. Il Màghreb, l’Africa subsahariana, l’UE e altre grandi potenze hanno la responsabilità di costruire un nuovo sistema di relazioni internazionali più pacifico, ordinato, giusto e reciprocamente vantaggioso attraverso il dialogo e la fiducia reciproca, e di promuovere l’istituzione di un nuovo ordine mondiale non esclusivo basato non sulle chiacchiere politicamente corrette, bensì sul rispetto reciproco, sugli interessi comuni e sul diritto internazionale come garanzia duratura per la pace, la sicurezza e la stabilità globali.
Però – a parte le belle parole di circostanza dell’UE, rappresentante di Paesi che hanno da sempre sfruttato l’Africa – sono i BRICS che si stanno rendendo maggiormente credibili al cospetto dei Paesi di quel Continente.
La cooperazione tra i Paesi BRICS e l’Africa si sta rapidamente rafforzando. Anche Egitto ed Etiopia sono diventati membri a pieno titolo, mentre Nigeria, Uganda (Stati associati) e Algeria e Senegal (Stati candidati). Ciò rappresenta l’ascesa del “Sud globale”, che mira a promuovere la multipolarità geopolitica, la dedollarizzazione commerciale e lo sviluppo delle infrastrutture, rafforzando così in modo significativo l’influenza dell’Africa nel panorama politico ed economico internazionale.
Per cui i Paesi BRICS e l’UA stanno formando un modello interconnesso, concentrandosi su piattaforme di negoziazione multilaterali per promuovere la decolonizzazione economica, la cooperazione energetica e l’accordo sulla valuta locale. Obiettivo comune è l’attenzione rivolta alla riforma delle istituzioni di governance globale e alla promozione della rappresentanza dei Paesi in via di sviluppo negli affari internazionali.
Per quanto riguarda infrastrutture e sviluppo i Paesi BRICS si sono impegnati ad assistere il Continente africano nello sviluppo delle risorse e nel potenziamento delle infrastrutture. Attraverso la partnership con l’Africa, i Paesi BRICS stanno rafforzando la solidarietà nel “Sud del mondo” e lavorando per costruire un ordine internazionale più equo.
Dall’espansione del 2024, l’Africa conta ora altri due Stati membri a pieno titolo (i predetto Egitto ed Etiopia): l’adesione di questi Paesi rafforza l’influenza strategica dei BRICS nell’Africa nordorientale.
Su valuta digitale e dedollarizzazione, l’India ha proposto di discutere l’integrazione delle valute digitali delle banche centrali al vertice BRICS del 2026 per semplificare gli accordi commerciali tra l’Africa e gli altri Stati membri e ridurre la dipendenza dal dollaro statunitense.
Per ciò che concerne esercitazioni militari congiunte nel gennaio 2026, nelle acque al largo della Repubblica Sudafricana si è tenuta la prima esercitazione Peace Will 2026, guidata dalla Repubblica Popolare della Cina, che ha segnato un passo avanti nella cooperazione in materia di sicurezza.
I principali ambiti di cooperazione sono: il finanziamento delle infrastrutture : la New Development Bank continua a erogare prestiti ai Paesi africani, avendo approvato oltre 30 miliardi di dollari per progetti infrastrutturali e di sviluppo sostenibile a partire dal 2023 .
Su agricoltura e sicurezza alimentare l’obiettivo della cooperazione è condividere tecnologie agricole per migliorare la produttività e sradicare la povertà nel Continente africano.
Per la cooperazione energetica RP della Cina e Russia stanno promuovendo diversi progetti su larga scala in Africa, come la centrale nucleare di El-Dabaa in Egitto e la costruzione di diverse reti di energia solare.
I Paesi BRICS hanno offerto all’Africa un’alternativa ai sistemi dominati dall’Occidente, come il FMI o la Banca Mondiale. I Paesi africani stanno utilizzando la piattaforma BRICS per promuovere lo sviluppo dell’Area di libero scambio continentale africana (AfCFTA) e cercare maggiore rappresentanza e autonomia nella governance globale, a parte le frasi fatte di circostanza dell’UE e degli Occidentali, i quali appena l’Africa cerca di risolvere i propri problemi da sé, essi intervengono per stabilire zone d’influenza, sfruttamento e divisione: emblematico il caso libico, con cui abbiamo aperto tale contributo.

Giancarlo Elia Valori

martedì 27 gennaio 2026

Giornata della Memoria. Per non dimenticare. Mai.

Profondamente sbagliato equiparare nazismo a comunismo (come vorrebbe la destra peggiore). Articolo di Luca Bagatin del 25 gennaio 2025  

In una UE sempre più censoria e sempre meno democratica e in cui la pericolosa estrema destra avanza, appare ancora più pericoloso l'ulteriore tentativo del Parlamento europeo di equiparare il nazifascismo al comunismo sovietico.

Peraltro a pochi giorni dalla celebrazione della Giornata della Memoria.

Si vorrebbe forse dimenticare il sacrificio dell'Armata Rossa e di oltre 20 milioni di sovietici, i quali combatterono contro il nazifascismo e che, il 27 gennaio 1945, liberarono il campo di sterminio nazista di Auschwitz?

Il Parlamento europeo, poi, sembra o ignorare o voler dimenticare che fu grazie alla Rivoluzione socialista sovietica dell'Ottobre 1917, guidata da Vladimir Lenin, se venne posta la parola fine all'antisemitismo zarista. E, nel 1918, l'URSS legalizzò il divorzio, l'aborto, depenalizzò l'omosessualità e legalizzò la convivenza fuori dal matrimonio. Molto prima di molti altri Paesi europei che si dicono “avanzati”!

Come se non bastasse, si deve all'URSS un importante contributo nell'edificazione dello Stato di Israele, fondato e guidato dal socialista David Ben Gurion, il cui sistema dei kibbutz affascinò molto anche la Jugoslavia socialista di Josip Broz Tito, che riconobbe e sostenne immediatamente tale Stato. Così come peraltro fece la Romania socialista, che con Israele non ruppe mai le relazioni diplomatiche.

Equiparare il socialismo sovietico al nazifascismo, anche solo per queste importanti ragioni, dovrebbe apparire una follia e un insulto alla memoria storica, oltre che all'onestà intellettuale.

Nel 2021 scrissi peraltro già un articolo, sempre in risposta a coloro i quali (il partito della Meloni in primis) avrebbero voluto equiparare tali aspetti storico-politici, diametralmente opposti e allo scopo ultimo, in definitiva, di bandire definitivamente dall'Europa la memoria storica socialista e comunista (cosa già peraltro ampiamente fatto a partire dal 1993, come più volte ho scritto).

Così scrivevo: “Equiparare comunismo a nazifascismo non solo è storicamente sbagliato, ma anche ideologico e pretestuoso.

Se il primo fu un esempio di emancipazione civile e sociale (sia nella sua versione marxista-leninista che anarchica e socialista), declinato nei secoli nelle varie “vie nazionali al socialismo”, il secondo fu un fenomeno essenzialmente capitalista e razzista, come peraltro rilevato negli Anni '20 – quindi agli albori del fenomeno hitleriano - dai nazionalbolscevichi tedeschi Ernst Niekisch e Karl Otto Paetel.

E' pretestuoso in quanto equiparazione sbandierata già in sede UE dai liberal-capitalisti e da tempo applicata in Paesi semi-autoritari quali Polonia, Ucraina, Paesi Baltici, Slovacchia e Ungheria”.

E continuavo:

Preoccupante, dunque, la proposta di legge del partito della Meloni, che vorrebbe identificare il comunismo quale “totalitario” (dimenticando che totalitario è piuttosto il liberal-capitalismo, che sta mettendo e mette ogni cosa in vendita, persino le vite delle persone) (…).

Puntare il dito poi contro Cina, Vietnam, Corea del Nord e Cuba, quali Paesi comunisti “totalitari”, significa non solo non conoscerne i meccanismi politici e socio-economici, ovvero il significato di che cosa sono le democrazie popolari, ma anche pensare che tali sistemi siano uguali fra loro, quando invece ciascuno segue la propria personale via nazionale al socialismo, adattata non solo alle caratteristiche sociali, culturali e economiche, ma anche alla volontà dei rispettivi popoli (senza contare che ciascuno di questi Paesi presenta sistemi elettorali e finanche aspetti di democrazia diretta).

Parimenti, puntare il dito contro l'Unione Sovietica quale “dittatura totalitaria”, da parte del partito della Meloni, è altrettanto scorretto, in quanto l'URSS fu un sistema socio-economico e geopolitico ampiamente condiviso dalla popolazione (al punto che questa votò a maggioranza - 77,8% - per la sua conservazione, in un celebre referendum – nel marzo 1991 - poi disatteso dal golpismo di Eltsin), del quale ha ancora oggi nostalgia”.

Da tener presente, poi, che nella Federazione Russa, esistono oggi numerosi partiti comunisti e sono tutti all'opposizione del governo liberal capitalista di Putin, il quale, spesso, o impedisce loro di presentare liste elettorali, o, talvolta, li mette anche in galera. O falsa i risultati elettorali, in modo che, i comunisti, non abbiano mai sufficienti voti per governare.

Che differenza c'è, dunque, fra le politiche di Putin e ciò che vorrebbe il Parlamento europeo?

Mi piace poi ricordare che il Vate della letteratura italiana, Gabriele d'Annunzio, si definì egli stesso comunista e disse, nell'intervista a una rivista anarchica: “Io sono per il comunismo senza dittatura […] È mia intenzione di fare di questa città (Fiume) un’isola spirituale dalla quale possa irradiare un’azione, eminentemente comunista, verso tutte le nazioni oppresse”.

Da notare, peraltro, come proprio l'Unione Sovietica leninista fosse l'unica ad aver riconosciuto la Reggenza del Carnaro dannunziana e come Lenin, a proposito di d'Annunzio, lo elogiasse quale “unico rivoluzionario in Italia”.

Il simbolo della falce e martello, il cui utilizzo, qualcuno (compresi tanti finti "socialisti" europei), vorrebbe abolire in UE, fu il simbolo anche del primo partito politico italiano, ovvero il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, di Filippo Turati e Anna Kuliscioff, fondato nel 1892. E tale simbolo fu usato persino da Giuseppe Saragat, che mai si definì anticomunista, nel 1947, fondando il PSLI (poi PSDI), che comprendeva anche trotzkisti che alla Rivoluzione bolscevica, comunque, si ispiravano (e nelle fila di quel partito militò la grande rivoluzionaria e femminista Angelica Balabanoff).

Studiare la Storia, senza pregiudizio, sarebbe sempre bene per tutti. Anche perché, in UE, fra ignoranza di andata, ritorno e veicolata dai media, oltre che da una politica che favorisce sempre di più gli autoritarismi (quelli veri) striscianti, sino a sdoganarli... un ritorno agli inquietanti Anni '30 è tutt'altro che lontano dalla realtà.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

lunedì 26 gennaio 2026

Gli Stati Uniti d'America secondo Hunter S. Thompson

 

"Siamo diventati un mostro nazista agli occhi del mondo intero - bulli e bastardi che preferirebbero uccidere piuttosto che vivere in pace. Non siamo solo puttane per il potere e il petrolio, ma puttane assassine con odio e paura nel cuore"
(Hunter S. Thompson, da "Kingdom of Fear: Loathsome Secrets of a Star-Crossed Child negli ultimi giorni del secolo americano", 2003)

Concluso il 14esimo Congresso del Partito Comunista del Vietnam. Parole d'ordine: sviluppo sostenibile, modernizzazione, efficienza, giustizia sociale, indipendenza. Articolo di Luca Bagatin

 

Si è concluso il 14esimo Congresso nazionale del Partito Comunista del Vietnam (PCV), che ha rieletto, per il quarto mandato, il Segretario Generale To Lam.

To Lam ha dichiarato che, l'obiettivo del Vietnam, è quello di raggiungere una crescita economica superiore al 10% all'anno per i prossimi dieci anni.

Il Vietnam è fra i Paesi che stanno crescendo di più al mondo e, l'obiettivo che si è posta la leadership del PCV, è di proseguire in tal senso, attraverso l'innovazione, lo sviluppo tecnologico, l'espansione delle infrastrutture e la modernizzazione industriale, continuando a ridurre la povertà, a ridistribuire equamente il reddito e a porre attenzione alla sostenibilità ambientale.

Il PIL vietnamita è cresciuto, nel 2025, dell'8% e il PCV ha stabilito che il Paese dovrà raggiungere un alto reddito pro capite entro il 2045, sviluppando, in particolare, tecnologie verdi, intelligenza artificiale e infrastrutture digitali.

La leadership comunista vietnamita vuole, inoltre, puntare ad aumentare l'efficienza, in particolare nel settore commerciale e degli investimenti economici e, conseguentemente, ridurre la burocrazia.

E' previsto che, tale crescita, sia inclusiva, ovvero miri a ridurre la povertà a meno dell'1% della popolazione entro il 2030, promuovendo eguaglianza sociale e una distribuzione equilibrata del reddito, assicurando una copertura sanitaria pubblica a oltre il 95% della popolazione.

La povertà, in Vietnam, è peraltro già scesa, dal 2021 al 2025, dal 4,4% all'1,3%.

Il PCV, come discusso in ambito congressuale, intende, inoltre, puntare a rafforzare il settore delle piccole e medie imprese, quali motori dello sviluppo di nuovi posti di lavoro, potenziando anche gli investimenti pubblici in istruzione e formazione professionale.

Sviluppo sostenibile, modernizzazione, efficienza, giustizia sociale, saranno dunque le chiavi dello sviluppo sulle quali sarà, sempre più, fondata l'economia socialista del Vietnam.

Il Congresso nazionale del PCV ha eletto anche i 200 membri del Comitato Centrale, di cui 180 membri effettivi e 20 supplenti e sarà responsabile della guida del Paese fino al 2031.

Il Segretario Generale To Lam ha sottolineato, altresì, l'importanza dell'integrazione del PCV nella società, attraverso associazioni di base, cooperative, sindacati e promuovendo, in questo modo, la partecipazione dei cittadini alla vita politica del Paese.

Egli ha anche ribadito l'orientamento del Paese nell'ambito della politica estera, fondato su sovranità, indipendenza, multipolarismo e non allineamento, volta alla promozione della cooperazione economica e diplomatica con Cina, USA e UE ed ha altresì ricordato la storica amicizia che lega il Vietnam a Paesi socialisti fraterni quali Cuba e Venezuela.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

domenica 25 gennaio 2026

Venezuela. La Presidente ad interim Delcy Rodriguez invita all'unità del Paese contro l'imperialismo statunitense. Articolo di Luca Bagatin

Lo scorso sabato 24 gennaio, la Presidente ad interim della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Delcy Rodriguez, ha partecipato alla Giornata dell'Assistenza Sociale Integrale nella città di Catia La Mar, fornendo assistenza diretta a oltre 5.500 famiglie del Circuito Comunitario della città.

Il governo socialista del Venezuela, dopo l'aggressione statunitense dello scorso 3 gennaio, ha iniziato a potenziare le politiche sociali e ad attuare opere di risanamento dei danni provocati dall'aggressione stessa, che ha causato oltre cento vittime, fra civili e militari e ha colpito infrastrutture mediche, scientifiche e abitative.

La Presidente ha dichiarato che “non può esserci pace economica senza pace sociale” e ha spiegato come il governo stia lavorando per garantire un'abitazione a quelle famiglie che hanno perso la casa durante l'attacco, aggiungendo che “sappiamo anche che la dignità del popolo venezuelano il primo scudo che abbiamo per preservare la nostra integrità come popolo, integrità territoriale e l'indipendenza nazionale”.

La Presidente Rodriguez ha altresì sottolineato che “c'è un urgente bisogno di unità nazionale per salvaguardare la pace e la tranquillità del nostro popolo. Non possono esserci differenze politiche o di partito quando si tratta della pace del Venezuela. Non possono esserci divisioni. Il Venezuela deve essere unito come un'unica nazione”.

E, riferendosi all'estremista di destra Machado, che ha addirittura consegnato l'immeritato Nobel per la Pace al Trump, ha aggiunto che “È vergognoso vedere una donna venezuelana, che si dichiara venezuelana, andare a ringraziare per i bombardamenti e l'aggressione militare straniera contro il Venezuela. Non credo che sia venezuelana, perché il popolo venezuelano rifiuta qualsiasi tipo di aggressione che causi sofferenza al nostro popolo”.

La Presidente ha poi concluso il suo discorso affermando: “Da qui, rivolgo un appello a tutto il Venezuela. Lo dico dal 5 gennaio, quando ho prestato giuramento a seguito del sequestro del Presidente Nicolás Maduro e della First Lady Cilia Flores. Ho giurato sui bambini del Venezuela, sui giovani; ho giurato di proteggere il popolo e che dobbiamo prenderci cura gli uni degli altri. E un modo per prenderci cura gli uni degli altri è saper preservare e garantire la convivenza democratica nella nostra diversità. Esiste la diversità, esiste la pluralità, esistono le differenze, ma ci sono valori supremi, e uno di questi è la pace, che deve unirci; un valore supremo è l'indipendenza, la dignità del Venezuela, che deve unirci. E ho visto molti settori, divergenti in politica, uniti in questa posizione”.

L'unità nella diversità. Questo dovrebbe contare. Il socialismo cura, l'imperialismo distrugge e uccide. E negli USA lo stiamo vedendo da tempo ed è così anche nelle nostre società europee, sempre più allo sbando, sempre più servili, sempre meno in grado di educare le nuove generazioni e di sviluppare una coscienza sociale e civile.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

giovedì 22 gennaio 2026

La Cina invia aiuti a Cuba e rafforza le relazioni bilaterali, nel segno del socialismo. E anche la Finlandia guarda alla Cina per rafforzare i rapporti commerciali. Articolo di Luca Bagatin

 

L'embargo economico, commerciale e finanziario imposto da decenni dagli USA a Cuba e ulteriormente rafforzato dall'attuale regime, sta causando ulteriori problemi all'Isola caraibica.

E' per questo che la Repubblica Popolare Cinese, a partire dal 19 gennaio scorso, ha iniziato a inviare aiuti sotto forma di derrate alimentari di riso, per un ammontare complessivo di 60.000 tonnellate. Oltre ad aver previsto uno stanziamento di 80 milioni di dollari per l'acquisto di apparecchiature elettriche e per ogni tipo di necessità della popolazione.

Alla cerimonia di consegna hanno partecipato il Vice Primo Ministro cubano Oscar Perez-Oliva Fraga, il Ministro del Commercio interno Betsy Díaz Velázquez, il Vice Ministro del Commercio estero Déborah Rivas Saavedra e l'Ambasciatore cinese a Cuba, Hua Xin.

Il Vicepremier cubano, ringraziando la Cina per la donazione, ha parlato di “un'espressione concreta della cooperazione esemplare, incondizionata e disinteressata della Cina nei confronti di Cuba”.

Ricordando come la Cina cooperi con Cuba anche nel settore energetico e in altri settori chiave dell'economia dell'Isola.

Riconosciamo e apprezziamo profondamente questo aiuto in tempi complessi, in cui i livelli di aggressione aumentano e il blocco economico, commerciale e finanziario degli Stati Uniti contro il popolo cubano si intensifica in modo senza precedenti”, ha sottolineato Oscar Perez-Oliva Fraga.

L'Ambasciatore cinese, Hua Xin, ha spiegato come questo aiuto “incarna i profondi legami di speciale amicizia tra le due nazioni”, ricordando come la Cina stia supportando il popolo cubano inviando, oltre a derrate alimentari, anche pannelli solari, materassi e materiali per l'edilizia.

Sappiamo bene che la vera amicizia si rivela nei momenti di maggiore bisogno”, ha sottolineato Hua Xin, aggiungendo che “ogni chicco di riso consegnato oggi rappresenta l'impegno indissolubile del popolo cinese” nei confronti di Cuba.

L'Ambasciatore cinese ha altresì sottolineato come la cooperazione con Cuba sarà ulteriormente rafforzata e che “nessun blocco potrà spegnere la luce della speranza, né alcuna difficoltà potrà ostacolare il cammino da percorrere”.

Il Ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodriguez, su X, riferendosi al contributo cinese ha affermato che esso “è un segno della stretta fratellanza e dei legami storici di amicizia e solidarietà che uniscono entrambe le nazioni”.

Nazioni unite dal socialismo, dall'antimperialismo, dall'antirazzismo e dalla giustizia sociale.

Il 20 gennaio scorso, il Primo Segretario del Partito Comunista Cubano e Presidente di Cuba, Miguel Diaz-Canel, ha incontrato l'Ambasciatore cinese Hua Xin per ringraziare la Repubblica Popolare Cinese per gli aiuti ricevuti e per rafforzare in rapporti fra i due Paesi nel segno della “costruzione di una comunità dal futuro condiviso”, come spesso ha ricordato il Presidente cinese Xi Jinping.

Cuba, così come il Venezuela, sono da sempre amici e partner fraterni della Repubblica Popolare Cinese. Ed è grazie ad essa se l'imperialismo statunitense viene arginato e contrastato, nonostante l'aggressività del regime a Stelle e Strisce, che ancora oggi detiene, in maniera arbitraria e illegale, il Presidente del Venezuela, Nicolas Maduro e sua moglie, Cilia Flore.

Ed anche la Finlandia, dopo il Canada, attraverso il Primo Ministro Petteri Orpo, liberal conservatore, ha intenzione di intensificare i rapporti commerciali con la Cina.

Il Premier finlandese, infatti, si recherà in Cina dal 25 al 28 gennaio, su invito del Premier cinese Li Qiang.

Il Premer Orpo sarà accompagnato, nella sua visita, da dirigenti di oltre 20 aziende finlandesi del settore dell'energia pulita, dell'alimentazione, della silvicoltura e dell'innovazione.

Scopo della visita proprio quello di intensificare le relazioni economiche e commerciali bilaterali.

Il pragmatismo, l'antimperialismo, il libero commercio e la cooperazione multilaterale, in sostanza, sono l'unico argine alle manie di grandezza e di saccheggio portate avanti dall'imperialismo USA, che con Trump ha semplicemente mostrato e sta mostrando a tutti, anche ai più scettici e ideologizzati, il suo vero volto.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

mercoledì 21 gennaio 2026

Conoscenza, approfondimento e pragmatismo, contro dogmatismo, stupidità, ignoranza e interesse egoistico. Riflessioni di Luca Bagatin

 

I seguaci del dogma religioso o politico, se potessero, ci metterebbero al rogo.

Ieri come oggi e in qualsiasi società siano presenti.

C'è una differenza fondamentale, però, fra chi segue la sua Vera Volontà, ovvero ricerca la sua Stella e chi, invece, vomita dogmi come veleno.

I primi non hanno paura di nulla, perché hanno già esplorato l'Abisso. E hanno scelto l'Amore.

I secondi, invece, usano i loro dogmi perché, nella loro ignoranza, è l'unica cosa che pensano li possa tenere lontani dalla paura.

Ma saranno sconfitti proprio dal loro stesso odio e dalla loro stupidità.

(Luca Bagatin)

Ciò che si regge sull'interesse economico, non è destinato a durare.

Ciò che si regge sulle questioni di principio, invece sì.

Perché?

Perché anche l'essere più ricco del mondo è destinato a invecchiare, soffrire e morire. Potrà lasciare una eredità materiale, ma chi la riceverà, se non sarà in grado di usarla per questioni di principio, farà la stessa fine.

Ma colui il quale costruirà qualcosa sulla base dei suoi principi, è destinato a lasciare un'impronta e a tramandarla, negli anni.

E' per questo che, mentre i popoli occidentali ragionano nel breve periodo e sono destinati al collasso (vedi i vari Imperi), altri popoli, che fondano la loro volontà sulle questioni di principio, sono destinati a evolvere e lasciare un'impronta.

(Luca Bagatin)

La società in cui viviamo è sempre più aggressiva, violenta e deresponsabilizzata.

Ciò è dovuto essenzialmente alla mancanza di rigore in ogni settore, a partire da quello scolastico, per non parlare di quello famigliare.

Oggi si giustificano tutti, ma non li si educano.

Si lasciano i minori allo stato brado, spesso in balia di uno strumento, lo smartphone e il web, che dovrebbe essere permesso, invece, solamente dopo il 18esimo anno di età.

Questo lassismo si riverbera anche in leggi ultra garantiste, che violano i diritti umani delle vittime, ma garantiscono e ampiamente quelli dei carnefici.

Personalmente non credo alle sedicenti democrazie liberali, perché non sono né democratiche, né garantiscono le libertà degli onesti, ma solo quelle dei delinquenti, degli ipocriti e dei disonesti.

Preferirei una società moralizzata, in cui la classe dirigente viene selezionata in base al merito e alle effettive competenze e fondata sul dovere, prima che sul diritto (perché il diritto è conseguente al dovere e non viceversa).

Tutto ciò non è certo utopia in Paesi seri e che funzionano.

Occorre cambiare le menti, perché i regolamenti, da soli, non funzionano.

Lo disse un saggio Mao Tse-Tung.

(Luca Bagatin)

In pochi vogliono osservare questo fenomeno (da me ampiamente descritto in articoli e saggi), ma, a partire dal 1993 in poi, c'è stata, in Italia (e in UE) una convergenza dei postcomunisti, dei postfascisti, dei post democristiani e dei liberali verso un'agenda ultra liberale in ambito economico e ultra atlantista in ambito geopolitico.

Una agenda che si potrebbe tranquillamente chiamare Agenda Draghi (o Agenda Soros).

Chi tentò di fermarli?

Principalmente Bettino Craxi e, per certi versi, persino Silvio Berlusconi.

Non vederlo è da miopi, da stupidi o, peggio, da complici.

(Luca Bagatin)

Sono socialista per logica e non per ideologia.

L'ideologia mi ha sempre interessato molto poco.

Se una cosa funziona, a decretarlo, sono i fatti, non le ideologie.

Ho abbandonato i miei ideali liberali di gioventù non perché io non sostenga la libertà (che è interiore, prima di tutto, cosa molto spesso totalmente ignorata), ma perché i liberali sono ipocriti che hanno ampiamente tradito ogni senso di libertà. E manipolato la Storia a loro uso e consumo.

L'unica "libertà" che conoscono è quella di opprimere chi non la pensa come loro.

Esattamente come i fascisti o chi si dice tale.

Il socialismo, rettamente inteso, è pragmatismo: se le persone sono trattate con giustizia e rispetto, il sistema funziona meglio. Se c'è indipendenza economica e sovranità nazionale, il sistema funziona meglio.

Personalmente divido il mondo fra stupidi ignoranti e intelligenti che approfondiscono le cose, senza pregiudizio.

Il resto conta molto poco.

(Luca Bagatin)

lunedì 19 gennaio 2026

Si apre il 14esimo Congresso Nazionale del Partito Comunista del Vietnam, per costruire un Paese volto allo sviluppo scientifico e sostenibile. Articolo di Luca Bagatin

 

Al via il 14esimo Congresso Nazionale del Partito Comunista del Vietnam (PCV), che si tiene ogni cinque anni, al fine di eleggere i nuovi rappresentanti e delineare le prospettive economiche del Paese per il futuro.

Nell'ambito del Congresso, che si concluderà il 25 gennaio e riunisce circa 1.600 delegati, saranno rinnovati gli organi del Partito e definiti gli obiettivi strategici in ambito economico, consolidando in particolare l'ottimo risultato ottenuto in questi anni, ovvero la drastica riduzione della povertà nel Paese.

Aspetti chiave, posti al centro del Congresso, lo sviluppo della scienza, della tecnologia e dell'innovazione del Paese, in modo da rendere il Vietnam sempre più indipendente dalle esportazioni di risorse naturali.

Il Congresso, dunque, eleggerà circa 200 membri del Comitato Centrale, che nominerà poi i membri del Politburo, che è composto da 19 dirigenti, che, a loro volta, eleggeranno il Segretario Generale del Partito, carica oggi ricoperta dal prof. To Lam.

La guida del Segretario e Presidente del Vietnam, To Lam, in carica dal 2024, in questi anni, ha contribuito a combattere la corruzione, sia nelle istituzioni che all'interno del Partito.

Altro aspetto che l'attuale Amministrazione ha portato avanti è la maggiore efficienza istituzionale e amministrativa (riducendo, a esempio, il numero di province da 63 a 34), sburocratizzando e rafforzando i governi di base, rendendoli più vicini alle esigenze della popolazione.

L'obiettivo del Congresso del PCV è quello di riaffermare l'impegno del Paese a sviluppare una “crescita rapida e sostenibile”, puntando a raggiungere un tasso di crescita attorno al 10% del PIL nei prossimi cinque anni. L'obiettivo del Vietnam è quello di diventare, dunque, una nazione pienamente sviluppata entro il 2045.

Il PIL del Paese ha raggiunto, nel 2025, i 514 miliardi di dollari e il reddito pro-capite ha superato i 5.000 dollari, collocando così, il Vietnam, fra le nazioni a reddito medio-alto.

I comunisti vietnamiti, dunque, puntano tutto su un'economia pragmatica, volta allo sviluppo e alle esigenze della comunità.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

sabato 17 gennaio 2026

Il Canada, per arginare le minacce USA, guarda alla cooperazione pragmatica con la Cina. Articolo di Luca Bagatin

 

E fu così che il Canada, minacciato da tempo dagli USA, decise di avviare una partnership con la molto più affidabile e cooperativa Repubblica Popolare Cinese.

Il Primo Ministro canadese, il liberale Mark Carney, nella sua visita ufficiale in Cina, dal 13 al 17 gennaio, ha deciso di invertire la rotta rispetto al suo predecessore, Justin Trudeau, molto più succube del regime statunitense.

Regime che ha già minacciato il Canada di annessione e di sottoporlo a dazi punitivi.

Il Canada, dunque, dopo anni di mancati rapporti con la Repubblica Popolare Cinese, decide, questa volta, di cambiare rotta.

Carney, liberale progressista, del resto, eletto nell'aprile dello scorso anno, si è posto proprio l'obiettivo di liberare il Canada dalle pressioni statunitensi.

In tal senso, la Repubblica Popolare Cinese, viene visto quale partner più affidabile, non ideologico, pragmatico e volto alla cooperazione economica alla pari. Senza mire egemoniche.

Il Presidente cinese Xi Jinping ha incontrato il Premier Carney il 16 gennaio scorso e questi aveva già avuto modo di apprezzare l'incontro che avevano avuto lo scorso ottobre, nella Repubblica di Corea.

Il Presidente Xi ha sottolineato il fatto che, entrambi i Paesi, dovrebbero rispettarsi a vicenda, pur nell'ambito delle diversità dei contesti politici nazionali e dei diversi sistemi politici.

In tal senso ha promosso la partnership fra i due Paesi, sulla base della ricerca di uno sviluppo condiviso, volto al mutuo vantaggio, attraverso la reciproca cooperazione, l'apertura e lo sviluppo di alta qualità.

Il Presidente Xi ha incoraggiato, in particolare, maggiori scambi e cooperazione in settori quali l'istruzione, la cultura, il turismo e lo sport e ha sottolineato come un mondo diviso non può essere in grado di gestire le sfide che l'umanità si trova ad affrontare.

Il multilateralismo, o, meglio, il “vero multilateralismo”, come lo ha definito, dunque, secondo il Presidente Xi, deve essere volto a “costruire una comunità con un futuro condiviso per l'umanità”.

Il Premier Carney ha osservato come la costruzione di un nuovo partenariato fra Canada e Cina possa garantire comuni opportunità.

Egli ha sottolineato come il Canada sostenga la politica fondata su una sola Cina (ovvero riconosce Taiwan quale parte della Cina) e intenda rafforzare la cooperazione in ambito commerciale, economico, energetico a basse emissioni di carbonio, finanziario, agricolo e della tutela dell'ambiente e come il multilateralismo sia alla base della sicurezza e della stabilità globali.

Il 15 gennaio, peraltro, il Premier canadese aveva incontrato il Premier cinese Li Qiang, il quale a sua volta aveva incoraggiato la cooperazione e l'amicizia fra i due Paesi, in ogni settore, da quello economico sino a quello turistico.

Il Premier Mark Carney ha sottolineato come il Canada sia stato uno dei primi Paesi occidentali a riconoscere la Repubblica Popolare Cinese e a instaurare, con essa, relazioni diplomatiche.

Il Canada, dunque, consentirà l'ingresso, nel suo mercato, di 49.000 veicoli elettrici cinesi con un'aliquota tariffaria del 6,1%. Ciò dovrebbe generare nuovi investimenti in joint venture cinesi in Canada, che genereranno nuovi posti di lavoro per i canadesi e svilupperanno la filiera dei veicoli elettrici in Canada. Ciò, entro cinque anni, dovrebbe peraltro garantire prezzi maggiormente accessibili per l'acquisto di veicoli elettrici per i consumatori canadesi.

Plauso da parte del Premier Carney anche per gli accordi nel settore agroalimentare, che sbloccheranno circa 3 miliardi di dollari in ordini di esportazione per lavoratori e aziende canadesi. In tal modo, il Canada – che si è posto l'obiettivo di aumentare le esportazioni verso la Cina del 50% entro il 2030 – aumenterà considerevolmente le sue esportazioni.

Ulteriori accordi sono stati siglati nell'ambito degli scambi culturali, comprendenti supporto a musei, a contenuti digitali e artistici, incremento dei legami culturali e scambi di viaggio.

Mentre gli USA minacciano, in sostanza, la Cina crea le condizioni per partnership e sviluppo di lunga durata.

Due realtà completamente differenti.

Da una parte l'imperialismo predatore statunitense che, da qualche secolo, vive sulle spalle degli altri (UE compresa, che, umiliata e sfruttata, ancora non ha una classe dirigente di alto livello che abbia il coraggio di sganciarsi dal servilismo nei confronti dei Presidenti USA di turno). E destabilizza da sempre il mondo e realtà sovrane, in modo ipocrita e spesso razzista.

Dall'altra la Repubblica Popolare Cinese, una potenza che, sulla base del socialismo pragmatico e adatto ai tempi, promuove cooperazione, rispetto, mutuo vantaggio, stabilità.

Da dire che è proprio grazie alla Cina se, in Venezuela, non c'è stato un cambio di governo, dopo l'aggressione statunitense. L'intervento serio e pragmatico cinese si è, infatti, fatto sentire, aldilà delle poche cose scritte dalla grande stampa nostrana, anche perché il Venezuela è partner privilegiato e strategico della Cina.

E anche qui, il pragmatismo, l'ha fatta da padrone, rispetto alla sciocca voce grossa di Trump, che, al massimo, può incassare l'immeritato Nobel per la “Pace” della destrorsa Machado, che egli stesso sa bene che non è popolare in Venezuela.

In Venezuela, infatti, rimane saldo il governo socialista, con una Delcy Rodriguez che ha annunciato la creazione di due fondi sovrani per rafforzare la protezione sociale e le infrastrutture nazionali. Spiegando come i proventi derivanti dal commercio degli idrocarburi saranno destinati alle necessità della popolazione.

E la Presidente ha sottolineato anche l'opera di nazionalizzazione del petrolio, portata avanti dal Presidente Hugo Chavez e che, sotto la guida del Presidente Nicolas Maduro (ancora sequestrato illegalmente negli USA, assieme alla moglie, Cilia Flores), il Venezuela ha raggiunto ben diciannove trimestri consecutivi di crescita economica, con una produzione di petrolio, nel 2025, pari a 1.200.000 barili al giorno.

Il socialismo pratico, pragmatico, rettamente inteso, non ideologico, che non piace all'imperialismo predatore, è l'unica strada verso la costruzione di una comunità organizzata, che viene posta al primo posto dell'agenda politica.

In UE lo capiranno? Forse un giorno, chissà. Già sarebbe tanto se capissero, come ha fatto il Canada, che forse sarebbe il caso di iniziare a crescere e a ritrovare un minimo di dignità.

Come sempre, a parlare saranno i dati e i fatti. Le parole, come sempre, serviranno a poco e, ancor meno, le sciocche e opposte tifoserie.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

mercoledì 14 gennaio 2026

Commemorare Bettino Craxi per difendere e riaffermare un socialismo scomparso e distrutto in Europa e perseguitato in gran parte del mondo. Articolo di Luca Bagatin

 

A giorni ricorrerà il 26esimo anniversario della scomparsa di Bettino Craxi, ovvero da quel triste 19 gennaio 2000.

L'ultimo grande statista italiano e l'ultimo socialista europeo, quel giorno, ci lasciò per sempre.

Ultimo grande statista, perché, dalla sua fine politica, avvenuta in quel tragico 1993, non abbiamo mai più avuto un Presidente del Consiglio valido, serio, lungimirante, preparato, in grado di dare dignità all'Italia, all'Europa e a tutto il mondo, cosiddetto, Occidentale.

Un Occidente che, da tempo, ha smarrito la strada per la democrazia e per l'emancipazione sociale e civile.

Bettino Craxi fu l'ultimo socialista europeo perché, salvo le rare eccezioni di politici lungimiranti e capaci di far rispettare la dignità, sovranità e i diritti sociali del proprio Paese, quali il premier socialista democratico slovacco Robert Fico, i socialisti britannici Jeremy Corbyn e George Galloway, il francese Jean-Luc Mélenchon, l'irlandese Mick Wallace e la tedesca Sahra Wagenknecht, in Europa il socialismo è pressoché totalmente scomparso e il cosiddetto PSE è ormai da tempo “occupato” da liberal-capitalisti e guerrafondai di ogni risma.

La liquidazione politica di Bettino Craxi, da parte dei poteri forti internazionali, finanziari, ma anche militari e politici, con sede negli USA e nelle stanze di Bruxelles, coincise – infatti - con la fine politica del Socialismo in Europa.

E a proposito della nascente Unione Europea, Bettino Craxi ebbe a dire:

Si presenta l’Europa come una sorta di paradiso terrestre, arriveremo al paradiso terrestre… L’Europa per noi, come ho già avuto modo di dire, per noi nella migliore delle ipotesi sarà un limbo. Nella peggiore delle ipotesi l’Europa sarà un inferno. Quindi bisogna riflettere su ciò che si sta facendo. Perché la cosa più ragionevole di tutte era quello di richiedere e di pretendere, essendo noi un grande Paese – perché se l’Italia ha bisogno dell’Europa l’Europa ha bisogno dell’Italia – pretendere la rinegoziazione dei parametri di Maastricht”. E disse anche: “Dietro la longa manus della cosiddetta globalizzazione si avverte il respiro di nuovi imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente finanziaria e militare”.

Nel tragico 1993 implodevano l'URSS e i Paesi del Patto di Varsavia, contro la volontà dei rispettivi popoli, ma causate da golpe interni (pensiamo – fra gli altri - al golpe che defenestrò e uccise barbaramente Nicolae Ceausescu e sua moglie Elena, in Romania, ordito dal KGB gorbacioviano, con il plauso degli USA) con il contributo esterno.

Avvenimenti golpistici e destabilizzatori del mondo socialista, che abbiamo visto anche nell'ambito della guerra che distrusse la Jugoslavia socialista; la guerra che distrusse l'Iraq socialista; la guerra che distrusse l'Afghanistan socialista e poi ancora, anni dopo, la guerra che distrusse la Libia socialista; il recente golpe islamista che ha distrutto la Siria socialista (con il beneplacito di Washington e Bruxelles) e l'ancora più recente invasione del Venezuela e il sequestro del Presidente socialista Nicolas Maduro, da parte del regime statunitense.

E, ancora, i tentativi di golpe anti-socialisti in America Latina, sempre in agguato nel già citato Venezuela e a Cuba, ma che colpirono la Bolivia di Morales e l'Ecuador di Correa e il tentativo di liquidazione, per via giudiziaria, del socialismo brasiliano di Lula e Dilma Rousseff e del peronismo argentino della Kirchner.

Fortunatamente, quantomeno nell'ottimo Brasile, il socialismo è ben saldo e dovrebbe, al pari di quello slovacco e del riformismo socialista cinese di Xi Jinping, rappresentare un faro per tutti gli autentici socialisti che vogliono un mondo pacifico, cooperante e socialmente giusto.

In UE, cosiddetti “socialdemocratici” come l'ex Premier finlandese Sanna Marin volevano innalzare muri anti-migranti al confine con la Russia e il già “socialdemocratico” ex Segretario Generale della NATO Stoltenberg – in gioventù contrario alla guerra in Vietnam – promosse un invio massiccio di armi a un Paese non NATO come l'Ucraina, con il beneplacito delle destre e degli pseudo “socialisti” europei.

Un tempo, i socialisti, quelli autentici e originari, si battevano – diversamente - contro ogni arma e contro ogni bomba. Per il pragmatismo e la diplomazia internazionale.

In questo senso, Bettino Craxi, nominato peraltro rappresentante del Segretario Generale dell'ONU Javier Pérez de Cuéllar per i problemi dell'indebitamento dei Paesi in via di Sviluppo e successivamente consigliere speciale per lo sviluppo e il consolidamento della pace e sicurezza, fu sempre in prima linea.

Con fermezza, pragmatismo, umanesimo socialista e democratico.

E lo fu persino nel suo esilio di Hammamet, quando, su “L'Avanti” del 18 dicembre 1998, scrisse un editoriale in prima pagina dal titolo “No alle bombe”, invitando ai negoziati fra USA e Iraq (mentre le destre e le pseudo sinistre italiane facevano l'opposto).

Bettino Craxi – erede politico del grande Pietro Nenni - ancorato alla cultura e tradizione occidentale, ma allo stesso tempo in dialogo con tutti, seppe guardare ai popoli laici e socialisti del Mediterraneo, del Medio Oriente, dell'America Latina, dell'Est (pensiamo agli ottimi rapporti fra il PSI di Craxi e il Partito Comunista Rumeno di Ceausescu, oltre che con la Lega dei Comunisti di Jugoslavia), dell'Estremo Oriente e a quello panafricano. Pensiamo agli ottimi rapporti di amicizia fraterna fra Craxi e il Presidente socialista della Somalia Mohamed Siad Barre, leader del Partito Socialista Rivoluzionario Somalo, al punto che Craxi nominò Paolo Pillitteri, allora Sindaco di Milano, console onorario della Somalia a Milano e Siad Barre definì la Somalia la “Ventunesima Regione d'Italia”.

Bettino Craxi fu un sostenitore di quel socialismo che sapeva tenere a bada il capitalismo e i poteri forti finanziari, che dalla falsa rivoluzione di Tangentopoli seppero come trarre vantaggio economico, sulle spalle del Paese e di una classe politica dell'unico e solo Centro-Sinistra che l'Italia abbia mai avuto, che aveva, nel bene o nel male, saputo garantire stabilità e prosperità, dal dopoguerra sino al 1993.

Nel 1978, in particolare, Bettino Craxi, nell'ambito della promozione dell'eurosocialismo (contrapposto all'eurocomunismo berlingueriano, molto più confuso e velleitario), mirava ad abbracciare tutti i fratelli socialisti d'Europa (fra cui i partiti socialdemocratici in esilio all'estero, quali quello polacco e cecoslovacco). Fra questi, come dimostra la corrispondenza fra Craxi e Ceausescu di quegli anni, un rinnovato rapporto fra PSI e PCR e un incontro ufficiale a Bucarest, nell'ottobre '78, fra Craxi e il Presidente rumeno. Un Presidente rumeno, Ceausescu, apprezzato non solo dall'Italia dell'epoca, ma da tutti i Paesi europei e che – fin dagli Anni '70 - mirava a promuovere un ordine multipolare, esattamente come Bettino Craxi e i socialisti democratici guidati da Pietro Longo (e lo stesso Longo, già peraltro in gioventù capo della segreteria politica dell'allora Vicepresidente del Consiglio Pietro Nenni, entrerà, nel 1989, nel PSI di Craxi).

Da non dimenticare che Bettino Craxi – alla guida del PSI - ai tempi del sequestro di Aldo Moro da parte delle BR, si schierò contro il cosiddetto “fronte della fermezza” (composto tanto dalla DC quanto dal PCI), ovvero propose di avviare una trattativa per salvare l'ex Presidente del Consiglio democristiano (al pari dei radicali, di indipendenti di sinistra quali Raniero Valle e pochi altri), mostrando quella sensibilità umanitaria socialista che i clerico-comunisti, tanti finti laici e i missini, non ebbero.

Bettino Craxi, pur giustamente critico e diffidente nei confronti dei “comunisti” italiani e ancor più dei post-comunisti che finiranno per approdare al capitalismo assoluto (vedi le successive emanazioni dal PDS al PD a Italia Viva e Azione, spesso sostenute da ex comunisti), lanciò, negli Anni '90, quell'Unità Socialista che sarà invece proprio contrastata dal PDS, che gli preferirà Amato, Carlo Azeglio Ciampi e quel Mario Draghi, che già nel 1992 avrebbe voluto la privatizzazione del patrimonio pubblico italiano. Progetto da sempre contrastato fortemente da Bettino Craxi.

Da non dimenticare anche la sua visione socialista anticapitalista, che espresse nel 1966, nel suo rapporto ai quadri del partito, contenuta nel volume “Socialismo e realtà” (Sugarco Editore): “Il socialismo mantiene la sua fondamentale ed essenziale natura di movimento anticapitalistico. Esso nasce come reazione umana e razionale nei confronti delle ingiustizie delle ineguaglianze che il nascente capitalismo industriale portava con sé. Le contraddizioni e le crisi della società capitalistica costituirono oggetto delle analisi, della critica penetrante, delle previsioni dei teorici socialisti. I mutamenti intervenuti dopo le due guerre mondiali, la modificazione della natura e delle manifestazioni del capitalismo non hanno mutato la ragione fondamentale della lotta socialista e cioè quella di provocare un superamento del capitalismo con il passaggio ad un ordine economico, sociale e politico più evoluto, che arricchisca le libertà dell'uomo, le sue condizioni di vita materiale e spirituale”.

Craxi sarà – da Presidente del Consiglio - amico persino di quel Mario Appignani detto “Cavallo Pazzo”, orfano, figlio di una prostituta, freak, beatnik, indiano metropolitano che primo fra tutti denunciò – per averli subiti sulla sua pelle – gli orfanotrofi “lager” gestiti dall'Opera Nazionale Maternità e Infanzia, che proprio grazie alle sue denunce saranno chiusi definitivamente.

Craxi sarà dunque amico dei potenti, ma anche dei più umili e, soprattutto, sarà amico dei Paesi e dei popoli liberi, dall'America Latina alla Palestina e lo sarà sempre in nome dell'Eroe dei Due Mondi, Giuseppe Garibaldi, di cui fu appassionato studioso e collezionista di cimeli.

Bettino Craxi recupererà, nel panorama culturale e politico, figure allora marginalizzate dall'intellighenzia italiana e europea, ovvero l'anarchico conservatore Pierre-Joseph Proudhon e il socialista liberale Carlo Rosselli, unendo aspetti sino allora considerati ossimorici dal sinistrismo borghese imperante che, negli anni successivi alla morte fisica di Craxi, darà vita al partito delle élite antisocialiste, ovvero al PD.

E da non dimenticare come il socialismo di Craxi fosse contrastato dai post-fascisti del MSI (poi AN, poi Fratelli Meloni) e dalla Lega (prima Nord e poi non più Nord), per non parlare di Beppe Grillo, oggi partiti sostenitori del capitalismo assoluto e della politica atlantista fondamentalista e filo USA, tanto quanto il PD e che, non a caso, in questi ultimi anni, sostennero tutti assieme il Governo Draghi e ancora oggi ne seguono, drammaticamente, le linee guida, sia in politica interna che nell'ambito della politica internazionale.

In Europa, parimenti, dopo l'esempio del Partito Socialista Italiano di Craxi (il cui simbolo, da Craxi stesso voluto e disegnato dal compianto Filippo Panseca, fu quel Garofano Rosso, simbolo della Comune di Parigi del 1871), nessun partito che si richiamava – a parole – al socialismo, fu più davvero socialista, ma adottò l'ideologia della crescita economica illimitata, delle privatizzazioni selvagge, dell'esportazione della “democrazia”... ma unicamente contro Paesi laici e socialisti quali Iraq, Libia, Siria, Jugoslavia, Venezuela.... (sic!).

Nel gennaio 2020 uscì, postumo, un interessante romanzo-verità, scritto da Craxi e edito da Mondadori: “Parigi – Hammamet”, che sembra spiegare la triste realtà della nostra epoca.

In quarta di copertina, Craxi, scrisse: “Gli avvenimenti che sto per narrare sono assai singolari. Incredibili per eccesso di credibilità. Rientrano infatti nella categoria degli accadimenti comunemente ritenuti impossibili non perché inimmaginabili, ma proprio per il contrario. Chi non ha immaginato almeno una volta la possibilità che esistesse davvero la “Spectre”? E raffigurandosela, ognuno di noi l'ha disegnata ogni volta sempre più efferata e incontrollabile... Ogni tanto, però, quelle che abbiamo sempre considerato nostre fantasie estreme si rivelano, appunto, drammaticamente reali, come dimostrano gli eventi singolarissimi che mi accingo a raccontare”.

Nel romanzo. Bettino Craxi affida alla finzione letteraria, attraverso un romanzo di fantapolitica, il racconto della triste vicenda politico-giudiziaria che lo vide coinvolto negli ultimi anni della sua vita e parla, appunto, di una sorta di “Spectre”, ovvero di una potentissima organizzazione segreta transnazionale denominata “Koros”, “Il Mucchio”. Un'organizzazione infiltrata in tutti i centri del potere, finanziata e sostenuta da lobbies finanziarie promotrici della globalizzazione. Un'organizzazione i cui componenti “considerano l'identità e l'unità nazionale come ostacoli al mercato e si comportano come capi di uno Stato sovranazionale” e che utilizzano tecniche “terroristico-eversive”. Un'organizzazione gerarchica e con un intero esercito numeroso a disposizione, senza rapporti ufficiali con gli Stati, ma “non è escluso un coinvolgimento di settori istituzionali degli Stati Uniti e della Germania unificata” e che ha utilizzato la guerra nell'ex Jugoslavia come “il primo test da internazionalizzare”.

Nel romanzo-verità, Craxi, peraltro, scrive di come lui (nel romanzo con lo pseudonimo di Ghino), sia entrato nel mirino di “Koros” già ai tempi del caso Abu Abbas, ovvero ai tempi del suo no agli USA nella consegna di Abbas e il suo sostegno alla causa palestinese. Oltre a questo, il suo essere un “ostacolo al predominio incontrollato delle “grandi famiglie” italiane, agli affiliati della “trilateral”, ai potentati collegati ai gruppi avventuristici della finanza internazionale”. Oltre che, naturalmente, la sua ideologia “neogollista di sinistra”, che voleva un'Europa sovrana, indipendente dai due blocchi e amica del mondo arabo laico e socialista, oltre che alleata al Terzo Mondo.

Nel romanzo, Craxi, fa parlare così i suoi personaggi, rivelando le sue verità, anche nell'ambito della politica internazionale, condendole di una certa dose di finzione narrativa. Verità che sono, del resto, quelle che affidò, nei suoi ultimi anni di vita, alla stampa ed ai volumi che scrisse, nel triste esilio di Hammamet.

Nel romanzo, a dare una spallata a Koros, sarà il governo della Federazione Russa, d'intesa con le Nazioni Unite, “richiedendo ufficialmente al governo degli Stati Uniti di uscire dalle ambiguità e di perseguire i mandanti della destabilizzazione mondiale”.

Un Craxi che già oltre vent'anni fa, prima di morire, aveva visto molte cose e – pur inascoltato, persino da tanti sedicenti “socialisti” - non le aveva taciute.

Bettino Craxi rappresenta, ancora oggi, quei socialisti senza tessera e senza partito (perché l'unico vero Partito Socialista Italiano fu quello che iniziò nel 1892 con Filippo Turati e Anna Kuliscioff e finì purtroppo con Bettino Craxi nel 1992), come chi vi scrive, che, se sono profondamente delusi dalla politica – dal 1993 ad oggi – non hanno comunque mai smesso di analizzarla.

Di tutti questi aspetti e di molte figure del socialismo autentico, riformatore, autogestionario e non dogmatico, ancora oggi presente – a vario titolo – in molti Paesi latinoamericani (fra cui il Brasile di Lula in primis e la sua lungimirante politica estera e interna), nel mondo panafricano e nella Repubblica Popolare Cinese guidata dal riformista Xi Jinping – ho parlato diffusamente nel mio ultimo saggio “Ritratti del Socialismo”, edito da IlMioLibro (https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/670930/ritratti-del-socialismo), con prefazione di una delle nipoti di Bettino, Ananda Craxi e che conto di ripubblicare, in una nuova edizione ampliata e aggiornata, per la Mario Pascale Editore.

E molte sono ancora oggi le battaglie che attendono e attenderebbero i socialisti autentici in tutto il mondo, fra le quali:

1) nazionalizzazione delle società energetiche; delle telecomunicazioni (web e telefonia), dei trasporti; del settore bancario, siderurgico e militare;

2) investimenti massicci in sanità, istruzione, ricerca;

3) promozione di un mondo pacifico, multipolare, dialogante e volto alla collaborazione reciproca in ogni ambito, da quello sanitario a quello relativo alla sicurezza internazionale; promuovendo l'entrata nei BRICS dell'UE e un allargamento della NATO anche a Russia, Repubblica Popolare Cinese e a quanti più Paesi possibili, su un piano paritario, lavorando finalmente per combattere ogni forma di terrorismo e conflitto e facendo uscire dalle ambiguità destabilizzatorie gli USA, in primis;

4) messa al bando dell'intelligenza artificiale per uso civile, che è destinata a distruggere non solo posti di lavoro, ma a mettere a rischio la sicurezza dei cittadini stessi, oltre che la loro capacità di ragionare;

5) promozione dell'autogestione delle imprese – da affidare direttamente ai lavoratori/produttori – nell'ottica del superamento dello sfruttamento del lavoro salariato.

Altro che fantomatiche e pericolose agende Draghi e Von Der Leyen, che hanno sempre mirato alla liquidazione del socialismo!

E' il momento di recuperare ciò che è stato distrutto: un socialismo largo, popolare, democratico, pragmatico, adatto ai nostri tempi, oltre ogni fondamentalismo.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it