
Il 9 maggio 1945, data
che segnò la vittoria dell'Unione delle Repubbliche Socialiste
Sovietiche contro il nazifascismo hitleriano e fine della Seconda
Guerra Mondiale in Europa, dovrebbe essere celebrata e ricordata non
solo in tutte le Repubbliche post-sovietiche, ma anche in tutto il
resto d'Europa.
E ciò per ricordare e
celebrare il contributo dato dai 27 milioni di cittadini sovietici,
ma anche di altre nazionalità dei Paesi dell'Est europeo, fra civili
e soldati, che diedero la loro vita per abbattere una delle più
sanguinarie e genocide dittature al mondo.
La Giornata della
Vittoria nella Grande Guerra Patriottica, oggi celebrata
particolarmente in Russia, ma anche in Slovacchia, Bulgaria, Serbia,
Montenegro, Bosnia e Erzegovina, Israele e Bielorussia, dovrebbe
unire e non dividere.
Il
neo Premier bulgaro, Rumen Radev, trionfatore delle elezioni di
aprile, con il partito di ispirazione socialista democratica e
populista di sinistra “Bulgaria Progressista”, sui social, ha
dichiarato, riferendosi ai caduti bulgari in quell'occasione:
“Il 9 maggio è soprattutto una giornata
di omaggio alla memoria dei soldati bulgari della Seconda Guerra
Mondiale, alle milioni di vittime che, con la loro morte, hanno
fermato l'avanzata del nazismo in Europa. Il conflitto più
sanguinoso del XX secolo ha segnato la vita di intere generazioni e
la sua fine ha aperto la strada al rifiuto dell'uso della forza nel
Vecchio Continente. Il Giorno della Vittoria ha aperto le porte alla
Giornata dell'Europa e alla speranza di uno sviluppo pacifico dei
Paesi europei. Pertanto, l'Unione Europea ha oggi l'enorme
responsabilità di fermare lo spargimento di sangue in Ucraina e in
Medio Oriente. L'UE deve avere non solo una leadership morale, ma
anche la volontà di essere un fattore di pace in Europa e nelle
regioni limitrofe”.
Dello
stesso tenore anche il socialista democratico slovacco Robert Fico,
il quale, ricordando i caduti slovacchi, si è recato anche a Mosca
per le celebrazioni.
Tale
ricorrenza, assieme a quella del 27 gennaio 1945, giornata nella
quale i soldati sovietici liberarono il campo di sterminio
nazifascista di Auschwitz,
dovrebbe essere scolpita nella Storia europea.
Non
essere pretesto, come fa oggi Berlino, per vietare simboli e canti
sovietici, aspetto che purtroppo richiama a un tragico passato.
Occorre
“riunire
ciò che è sparso”,
scrivevo di recente, assieme all'amica Paola Bergamo in un lungo
articolo
(https://amoreeliberta.blogspot.com/2026/04/ritrovare-i-sentieri-perduti-del-mondo.html)
nel quale, fra le altre cose, auspicavamo la nascita di “Una
nuova NATO intercontinentale, sicuramente europea”,
capace di includere sia la Russia che la Cina, “anche
considerando che la Russia è Europa e che entrambe sono Eurasia e, a
tutti gli effetti, non solo rappresenterebbero il ricompattamento
dell’Heartland che spaventa a morte gli statunitensi, ma di fatto
sia Russia che Cina, assieme, hanno combattuto e stanno combattendo
l'Islam radicale”.
Male,
molto male, ha fatto l'UE a non porsi quale cerniera fra l'Est e
l'Ovest, includendo la Russia nel sistema europeo come peraltro già
a suo tempo caldeggiato dall'ex Ministro degli Esteri Gianni De
Michelis in tempi non sospetti e, successivamente, forse anche
consigliato dallo stesso De Michelis, da Silvio Berlusconi.
Male,
molto male, ha fatto l'UE a non porsi quale cerniera di dialogo e di
diplomazia, anziché cedere ai desiderata dei Presidenti statunitensi
di turno, troppo spesso russofobi e così i loro Paesi satellite in
Europa.
Male,
molto male, ha fatto l'UE a sanzionare la Russia, di fatto,
auto-sanzionandosi, specie nel settore energetico.
Molte
vite si sarebbero risparmiate e si risparmierebbero, se si
ricercasse, senza pregiudizio, la verità dei fatti, tanto dal punto
di vista storico che geopolitico e a partire dal drammatico crollo
dell'URSS (realtà pluri-nazionale nella quale convivevano,
pacificamente e nel socialismo, popoli differenti), causato tanto
dall'esterno quanto dall'interno.
In
proposito, è molto interessante il punto di vista di Egor Ligaciov, che fu figura chiave del Partito Comunista dell'Unione Sovietica (PCUS)
nel periodo gorbacioviano e del cui saggio fondamentale ho scritto
diffusamente in un articolo, leggibile anche a questo link: https://amoreeliberta.blogspot.com/2023/02/egor-ligaciov-il-riformista-leninista.html
Ligaciov,
nel suo saggio pubblicato in Italia nel 1993, dal titolo “L'enigma
Gorbaciov”, ravvisa già allora la diffusione dei nazionalismi di
estrema destra, a seguito della
disgregazione dell'URSS: “Il
Paese è a un bivio. Il problema è questo: o tutto ciò che è stato
raggiunto, con sforzi enormi di tante generazioni, sarà conservato e
sviluppato sulla base del vero socialismo, o l'Unione Sovietica
cesserà di esistere e al suo posto si formeranno decine di Stati con
regimi diversi.
In Lituania i
nazionalisti borghesi hanno preso il sopravvento, la repubblica sta
andando alla deriva e si avvicina all'occidente. Nella stessa
direzione vogliono andare Estonia e Lettonia. In alcune regioni
occidentali dell'Ucraina il potere è passato nelle mani dei
nazionalisti. Nel Caucaso è in corso una guerra fratricida.
L'alleanza socialista in Europa si è spezzata, il paese perde i suoi
amici mentre si rafforzano le posizioni dell'imperialismo.
I conflitti etnici,
gli scioperi, le forze disgregatrici non tengono conto delle leggi,
del Soviet supremo e dei decreti del presidente, rendendo impossibile
la realizzazione della riforma economica.
Bisogna convocare il
Plenum del Partito e elaborare misure urgenti e concrete per battere
le forze antisocialiste e separatiste, riordinare le fila dei
comunisti e rafforzare l'integrità territoriale dell'URSS”.
Da
dire anche che Ligaciov era ben consapevole e fu fra i primi a
ravvisarlo, che era necessario sviluppare un socialismo democratico
in URSS, che l'avrebbe definitivamente salvata. In tal senso egli
scrisse: “Sono convinto che il socialismo sia una delle
vie che conducono al progresso universale. Come intendo io il
socialismo? Una società in cui si dà priorità all'uomo e alla
democrazia. La base economica del socialismo è la proprietà sociale
dei mezzi di produzione, ma in forme differenziate: l'uomo vi diventa
comproprietario, e vi convivono pianificazione e libero mercato.
La base politica di
questo regime sono i Soviet a tutti i livelli e uno Stato di diritto.
Sul piano morale è una società in cui nei valori socialisti trovano
posto sublimandosi i valori individuali; sul piano sociale è un
regime di giustizia sociale, privo di oppressioni e ingiustizie, una
società in cui non esiste la disoccupazione e in cui a ciascuno
viene garantito il diritto al lavoro”.
Sappiamo
bene come sono andate le cose. Sappiamo bene che hanno prevalso i
traditori del socialismo e che, nonostante la maggioranza dei
cittadini sovietici avesse votato per la conservazione dell'URSS, al referendum del marzo 1991, essa ha finito per disgregarsi, andando in pasto a mafie,
oligarchie, lacchè ultra-liberali, nazionalismi vari. Le popolazioni ne furono ulteriormente impoverite, lasciate in balia di tali forze e spesso spinte le une contro le altre.
E
siamo ancora lì. Ma non abbiamo fatto i conti con la Storia.
La
Storia è importante perché da essa si può e si dovrebbe imparare.
Essa non andrebbe mai sostituita dall'ipocrisia, dall'ideologia, dal
razzismo, dalla convenienza economica dei pochi.
Sarebbe,
infatti, il momento di riunire ciò che è stato sparso. Di riunire
ciò che è stato diviso. Di ricominciare a parlare, anche in Europa,
al posto di censure, sanzioni e lockdown energetici, di socialismo e
di democrazia.
Utopia,
forse?
Luca
Bagatin
www.amoreeliberta.blogspot.it